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Intervista con Barabba

11 min read

Da vent’anni Jonathan Iencinella, Riccardo Franconi e Nicola Amici battono in lungo e in largo il sottosuolo musicale italiano militando in formazioni di estrazione prevalentemente alt-rock come Guinea Pig, Lebowski, Jesus Franco & The Drogas, Lazzaro e Le Ossa, Kaouenn. Dal 2005 al 2013 condividono l’esperienza dei Butcher Mind Collapse, che con due dischi all’attivo e un’intensa attività live si impongono in quegli anni come una delle realtà più interessanti della scena noise nazionale. Nel 2019, accantonate chitarre distorte e batterie tonanti, danno vita al progetto Barabba, impegnandosi nell’elaborazione di una personale fusione tra elettronica e forme contemporanee di canzone d’autore.

Beat elettronici e ambientazioni noir caratterizzano il sound del progetto, tra sinistre pulsazioni downtempo e soluzioni ritmiche prese con disinvoltura dal linguaggio urban e dalle evoluzioni della black music. Sui beat si innesta una voce grave che si muove tra spoken word e una sorta di rap anemico e primordiale, accennando qua e là melodie soul. I testi alternano sottile lirismo e crudo realismo, dipingendo storie il cui protagonista, Barabba, personaggio cinico e disilluso, anima tormentata che fatica a confrontarsi con la “normalità”, mette in scena i propri psicodrammi in una specie di continuo flusso di coscienza, raccontando di ansie, fantasmi personali e quotidiane miserie emotive.

Il risultato è una sorta di trip hop esistenziale aggiornato all’era della trap e del cantautorato indie, ma dalle tinte decisamente più cupe, poco avvezzo a indulgere nei cliché di genere e altrettanto poco incline al lieto fine, per quanto non esente da una certa cinica ironia di fondo.

“Primo Tempo” è il primo album ufficiale a nome Barabba, sei tracce in cui confluiscono tre brani già editi come singoli tra dicembre 2020 e settembre 2021 (“Bianco Natale”, “Un Altro” e “Bastare a me stesso”), affiancati da altrettanti inediti, tra cui “Quei Due”, che vede la partecipazione alla voce di Giovanni Succi dei Bachi Da Pietra su un testo dello scrittore Marco Drago. Cifra, questa delle collaborazioni, che contraddistingue un lavoro impreziosito da numerosi interventi esterni (Serena Abrami, Caterina Trucchia, Paco Sangrado, Tommaso Uncini). Il titolo, “Primo Tempo”, allude a un’introduzione all’universo Barabba e alla sua poetica, facendo riferimento a una certa narrativa “cinematografica” delle storie che racconta e presagendo un auspicabile “Secondo Tempo”.

TRACKLIST & CREDITI Un Altro | Bastare a me stesso | Momo | L’Ultima Mano | Quei Due | Bianco Natale

Jonathan Iencinella | Voce, testi (eccetto “Quei Due”)
Riccardo Franconi | Synth, chitarra, programmazione, musica
Nicola Amici | Programmazione, musica

Ospiti

Paco Sangrado | Voce su “Bastare a me stesso”
Serena Abrami | Voce su “Bastare a me stesso”
Tommaso Uncini | Sax baritono su “Momo”
Caterina Trucchia | Voce su “L’Ultima Mano”
Giovanni Succi | Voce su “Quei Due”
Marco Drago | Testo su “Quei Due”

Mixaggio e Mastering
 | Peyote Vibes, Jesi (AN)

Foto | Alessandro Omiccioli
Styling | Anna Negusanti
Grafica e layout | Enrico Pangrazi & Luana
Video | Riccardo Saraceni

Videoclip: Bastare a me stesso

Videoclip: Un altro

Un altro / Bastare a me stesso / Momo / L’ultima mano / Quei due / Bianco Natale.

Intervista

Davide

Ciao. Quando e come nasce tra voi tre il progetto “Barabba”, attraverso quali idee fondanti e condivise?

Barabba

Il progetto nasce nel 2019. Come per tutte le cose buone e giuste, alla base del progetto c’è sostanzialmente un’urgenza espressiva: cose da dire, voglia di misurarsi con l’elettronica e con certe sonorità che abbiamo frequentato negli ultimi anni. Poi per trovarsi non c’è stato bisogno di idee fondanti e condivise, ma solo di idee buone che ci hanno convinto ed invogliato a riprendere un sodalizio musicale che in realtà viene da lontano. Avevamo già suonato insieme dal 2004 al 2013 nei Butcher Mind Collapse, una band noise-rock con cui abbiamo condiviso tante ore di prove, palchi, furgoni e giacigli improvvisati: è bastato qualche passaggio in studio e in sala prove per farci capire che l’alchimia tra noi funziona ancora. L’operatività è importante e su questo punto ci accomuna un approccio snello, produttivo, basato sul concetto di “fare le cose semplici”. Non è scontato.

Davide

“Gridano perché venga rilasciato uno chiamato Barabba, «figlio del padre» e respingono colui che è veramente figlio del Padre”… Perché “Barabba”?

Barabba

Barabba non è nessuno di noi, è semplicemente il personaggio che emerge dalle nostre canzoni, noi in un certo senso ne siamo solo gli umili messaggeri, è lui che comanda. Di questa figura troviamo interessante il contrasto tra ciò che emerge da un’attenta esegesi del testo e l’aspetto archetipico trasmesso invece dalla vulgata cattolica e da certa filmografia hollywoodiana. Nell’immaginario collettivo Barabba è semplicemente il cattivo, l’uomo sbagliato, la scelta sbagliata, liberato da Ponzio Pilato su acclamazione della folla, fomentata dai sacerdoti che volevano liberarsi di Gesù. Eppure Barabba ha una sua storia, un suo spessore, e a guardar bene anche il fatto che gli venga attribuito lo stesso appellativo di Cristo, quel “figlio del padre”, suggerisce uno scenario ben più complesso: Barabba lo zelota, il ribelle armato che lotta per la libertà dal dominio romano come vera e propria alternativa messianica contrapposta al paradigma cristiano del sacrificio. E invece il povero Barabba è destinato ad essere liquidato dalla cultura popolare come un brigante tout court, la sua liberazione ridotta a poco più che un espediente narrativo funzionale ad esaltare la parabola di Cristo verso il compimento del proprio destino di salvatore. Ecco, con questi presupposti ci è sembrato un nome adatto da dare al personaggio che parla nelle nostre canzoni, un incompreso, un irrisolto, un tormentato.

Davide

Anticipato dal videoclip/singolo “Bastare a me stesso” e da altri due singoli “Bianco Natale” e “Un altro”, “Primo tempo” uscirà a breve il 14 gennaio del 2022, sei tracce in tutto. Quali sono i temi trattati nei testi, quale il filo conduttore, e perché la scelta della parola parlata, rappata o modulata in un cantato-parlato?

Barabba

È un lavoro contraddistinto da una poetica molto introspettiva, psicologica se vuoi, non ci sono riferimenti all’attualità o a tematiche a la page. Il filo conduttore è la difficoltà a misurarsi con la cosiddetta “normalità”, le tensioni interiori che questa può innescare in certe sensibilità, la ricerca e al tempo stesso l’impossibilità di un contatto vero con l’altro. Quella della parola parlata/rappata invece non è una scelta vera e propria, ma semplicemente una forma espressiva influenzata dagli ascolti fatti negli ultimi anni e con cui a un certo punto ci siamo trovati particolarmente a nostro agio.

Davide

Come sono nati i featuring con Paco Sangrado, Serena Abrami, Caterina Trucchia, Giovanni Succi e Marco Drago che danno voce ai vostri testi? Perché la scelta quindi di affidare i testi a più voci?

Barabba

Nella nostra visione in un certo senso è la musica stessa che decide per se stessa, non tanto o non solo gli autori. Noi scriviamo canzoni, poi sono loro a dirci di cosa hanno bisogno. Ogni singola collaborazione nasce da un’esigenza che si è manifestata strada facendo e ci piace molto questa idea che Barabba sia in una certa misura un progetto aperto, che a dargli voce possano essere soggetti diversi dai titolari, anche perché, più che ascoltare la musica che facciamo, ci piace fare la musica che ci piace ascoltare, quindi se in quel punto del pezzo ci piacerebbe sentire una voce diversa non ci facciamo tanti problemi a mettercela, l’importante è che il pezzo alle nostre orecchie funzioni. Con Giovanni Succi invece le cose sono andate diversamente. La collaborazione è nata in seno al canale Patreon che Giovanni ha aperto durante i mesi del lockdown, gli abbiamo inviato un paio di tracce, a lui sono piaciute, su una di queste ha cantato un testo scritto da Marco Drago e ne è uscita “Quei Due”. Quando abbiamo ascoltato il risultato finale ci è sembrato talmente in linea con gli altri nostri pezzi da poter stare tranquillamente in un disco di Barabba. Mastichiamo Bachi da Pietra a colazione fin dai tempi di Tornare nella Terra, da sempre sentiamo di avere una sensibilità musicale molto affine e riteniamo Giovanni una delle penne e delle voci più originali che il panorama musicale italiano abbia mai conosciuto, quindi puoi immaginare con quale piacere abbiamo accolto la sua piena disponibilità quando gli abbiamo proposto di inserire il brano nel disco, è davvero un onore.

Davide

“La musica svolge funzioni di stimolo psicofisico, sia attivo sia passivo, come proiezione di sogni e desideri, come generatrice di sensazioni in forma di elevazione estetica, piacere, talvolta serenità, ovvero – per il tramite della danza o comunque del movimento – come valvola di sfogo di pulsioni e aggressività (da Gianmario Borio e Michela Garda, L’esperienza musicale: teoria e storia della ricezione). Quali funzioni assegnate alla vostra musica e alla vostra poetica nella nostra attuale società italiana?

Barabba

La società italiana purtroppo ci appare un po’ persa in una spirale di ignoranza e mediocrità di cui è difficile intravedere una fine e noi sinceramente siamo troppo in là con gli anni per illuderci di poter avere una funzione in questo contesto, posto poi che la nostra musica si arroghi funzioni di alcun tipo in qualsiasi contesto. I nostri testi parlano di cose tristi, i brani sono intrisi di oscurità e questo non sembra essere molto in linea con l’attuale mercato musicale, che cerca piuttosto la leggerezza, spesso vuota, fine a se stessa; anche il pubblico sembra per lo più aver perso familiarità con quella poesia che può scaturire solo dalla malinconia, per cui non ci aspettiamo più di quello che possiamo aspettarci, sappiamo bene che la nostra musica si rivolge a una minoranza poco influente nelle dinamiche macro. Possiamo dirti al massimo la funzione che ha per noi in questo mare di merda: da una parte è terapeutica, perché trasformare la merda in arte, o almeno provarci, fin dai tempi dell’antica Grecia è la forma di catarsi più potente che l’uomo abbia inventato; dall’altra è politica, non nel senso dei contenuti, ma come gesto di resistenza esistenziale, perché non c’è nulla di più politico che usare la merda per concimare fiori e rispondere con la bellezza a una società che spinge verso il brutto. Questo non significa che la nostra musica sia “bella”, ovviamente può piacere o meno, la bellezza sta nel fatto di metabolizzare le pressioni negative della società trasformandole in una forma d’arte, piuttosto che anestetizzarsi passando il tempo a scrollare compulsivamente uno smartphone. Ecco, questo oggi è decisamente politico, se per politica si intende ancora quella cosa che tenta di rendere la società un posto migliore. Tanto più che la musica vive di empatia e condivisione e di queste cose oggi ce n’è un gran bisogno.

Davide

Nel suo scritto Sull’anima Aristotele sostenne che la musica, come le emozioni, avesse origine dal movimento. La musica è un movimento che ci coinvolge, mentre le emozioni sono ciò che è interno all’uomo, trovando la loro origine nell’anima che “tende sempre verso qualcosa”. Verso cosa tendete voi attraverso la musica e la parola?

Barabba

Noi tendiamo verso l’intensità, la profondità di visione, verso quell’immagine, quel suono, quella parola che in un istante squarcia il velo e ti fa vedere cosa c’è dall’altra parte, anche se dall’altra parte c’è qualcosa di brutto. Potremmo riassumere tutto questo con una parola che oggi è un po’ demodé, e quella parola è “poesia”. Poi non è detto che ci riusciamo, così come non è detto che ciò sia recepibile da tutti, certamente non da chi per poesia intende “cuore, fiore, amore”. La nostra è una poesia che nasce dal malessere. E ci si crogiola pure.

Davide

Intorno a quali scelte e riferimenti principali, sia musicali, sia letterari o anche eventualmente cinematografici o altro, vi siete ritrovati per sviluppare il vostro lavoro, costituendo quindi la vostra impronta peculiare e, insomma, il vostro stile?

Barabba

Nella finora breve parabola di Barabba gli unici due atti che possiamo definire “scelte” sono stati la decisione di usare l’italiano come lingua e quella di volersi in qualche modo smarcare dai cliché del rock “altro” in cui abbiamo navigato per tanti anni, approcciando a sonorità e modalità prese dagli ascolti che ci hanno appassionato più recentemente: elettronica, rap, trip hop, dub, nu soul. Noi il rock lo abbiamo respirato fin da quando eravamo bambini praticamente, ne siamo intrisi, soprattutto di quello più fuori dagli schemi, new wave, post punk, noise, post rock e compagnia bella e certamente ne siamo tuttora dei grandissimi cultori. Ma siccome siamo anche e soprattutto dei famelici consumatori di musica, indipendentemente dai generi e dalle etichette, è stato inevitabile per noi imbatterci nei linguaggi della contemporaneità, ovviamente filtrati attraverso sensibilità musicali pur sempre nate e cresciute a suon di alt-rock e mostri sacri come Tom Waits, Nick Cave, Jim Morrison, che hanno avuto un’influenza talmente forte nella nostra formazione che è difficile prescinderne completamente. Ecco, è questa ibridazione probabilmente che fa sì che la musica di Barabba non sia pienamente ascrivibile né alla black music, né all’elettronica, né al rock, ma d’altra parte oggi ha davvero poco senso continuare a parlare di generi musicali. Quello che è certo è che a noi interessa la canzone, una delle più antiche forme inventate dall’uomo per raccontare storie, siano esse accompagnate da una cetra come per gli aedi dell’antica Grecia, o da una base fatta al pc come per un trapper. Per raccontare storie ci vogliono le parole, i testi. Qui il linguaggio rap ci viene in aiuto ispirando in parte la nostra scrittura non tanto nei contenuti, che possono sembrare più cantautorali, quanto nell’immediatezza: anche se le tematiche che affrontiamo hanno una loro pesantezza, cerchiamo di farlo con frasi semplici, senza ricorrere a particolari artifici letterari, il più diretti possibile, ma anche senza fare il verso ai rapper veri, che non è il nostro mestiere. Jonathan inoltre, che scrive i testi, ha il pallino della poesia, che da sempre coltiva parallelamente alla musica e che ora in qualche modo sta lasciando entrare in questo progetto. A volte alla base di un testo può esserci una prima ispirazione autobiografica, che parte da associazioni psicologiche con vicende di vita vissuta, ma che poi alla fine prende sempre una vita propria e parla di una storia che è realmente solo di Barabba, un po’ come se le canzoni si scrivessero da sole, noi semplicemente le stuzzichiamo quanto basta per farle partire, poi vanno dove gli pare. Insomma, modelli veri e propri a cui ci ispiriamo non ce ne sono, Barabba è il sedimento di tutta una serie di interessi e passioni che ci attraversano, a partire dalla musica, cinema, arte, letteratura, filosofia, divoriamo cose che ci interessano e poi le rivomitiamo così. Se poi tutto ciò significhi avere uno stile peculiare lo lasciamo dire a chi ci ascolta. Ecco, senz’altro con il linguaggio cinematografico avvertiamo una certa vicinanza, il parlare per immagini è una caratteristica che ci sentiamo addosso, tanto che il titolo del disco allude proprio a questo.

Davide

State già lavorando a un “secondo tempo”? Cosa seguirà?

Barabba

Abbiamo talmente tanto materiale che potremmo già pensare non solo a un secondo tempo, ma anche a una serie e qualche spin off! Scherzi a parte, entro la fine del 2022 contiamo di rilasciare anche un full length che è già in lavorazione.

Davide

Grazie e à suivre…

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