KULT Underground

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Intervista con ĀraṇyakAƔnoiantAḥkaraṇA

10 min read

Pronuncia: Aranyakagnoiantahkarana. 
Ritual, Industrial, Esoteric, Experimental, Art. 
0: music, vocals. 1: vocals, music. 

“S/t”

Tracklist & Credits No Store of Cows | As Much Wealth You Can Afford | The Margin Spread
 Copertina metallica rifinita con cera d’api. 
Logo realizzato con uno stencil tagliato a mano copia per copia e poi inciso ad acido muriatico. Lettering stampato in serigrafia fronte e retro. 21 copie numerate a mano. 
Vinile trasparente e disco lathe cut, tagliato a mano. 
Centrini di alluminio serigrafati. 
Testi stampati su papiro. 
Busta interna lavorata con rilievi manuali. 

Attività di registrazione durata tutto il 2019. Mix, mastering e realizzazione del packaging 2020. Peso complessivo prossimo a 1 kg. Interamente fatto a mano. Link ĀAAA Facebook | Family Sounds Bandcamp | Elitistic 

Non propriamente una band, ma un progetto che si situa al crocevia tra arte, esoterismo, musica e mitologia. La musica non è il prodotto. L’arte, oggi più che mai, è il prodotto, così come il prodotto è arte: essendo prodotto deve aderire alla logica industriale, essendo arte deve necessariamente contrapporsi ad essa. Un contrasto insanabile che genera il seme della distruzione all’interno della stessa creazione. E che genera anche la forza del sistema che distrugge, dipendente dalla distruzione per superarsi e reincarnarsi. ĀAAA non si pone come critica del contemporaneo, revisione della storia o recupero del primitivo. ĀAAA si insinua nella crepa di ogni forma o formula del vivente come già data, esperita ed irrimediabilmente votata alla propria reincarnazione auto-parassitica. ĀAAA è un’esigenza storica, un oscuro/luminoso rituale, uno sfogo viscerale previo agli autori, una messinscena assoluta del mito. Testi che fotografano lo stato dell’uomo moderno, identico allo stato dell’uomo eterno, artefice-vittima di quell’eterna apocalisse perennemente generata e vissuta come unica causa e fine della storia umana. Il suono si accompagna dentro una visione del mondo come monolitica struttura che non fa altro che ripetere lo stesso meccanismo, la cui rotazione incessante consuma ed arrugginisce fino alla polvere tutto ciò che un tempo ha avuto un peso, un valore, ma soprattutto un mistero. La ritualità diventa riproduzione, la solennità pubblicità, il simbolo logo, il pensiero ermetico esoterismo, l’identità antropologica anomia, la terra uno schermo, il sangue un codice binario. ĀAAA è 0 e 1: l’anonimato che si sottrae all’ego come forma di meditazione e insieme la matrice della spersonalizzazione del mondo. Come un Giano bifronte dicotomizza la tensione di polarità apparentemente incompatibili tra loro, ma possedute da un medesimo corpo nato già spacciato. Si abbevera nella anonima preistoria imbracciandone il figlio affilato che la marchia con il proprio nome. Una scrittura musicale e vocale completamente estemporanea. Niente è stato rielaborato o ripensato, tutti gli input compositivi sono stati accettati come ricevuti in prima istanza: si registra freddamente quello che viene ricevuto visceralmente, la sperimentazione è dettata dagli umori che trasformano il caso assoluto in sincronicità cosmica. Un processo creativo tale da portare ad un’opera forse più grezza, di certo più sincera. 

Davide

ĀraṇyakAƔnoiantAḥkaraṇA… Sanscrito? Cosa vuol dire letteralmente e perché avete dato questo nome al vostro progetto?

ĀAAA

#1: Sanscrito-greco antico-sanscrito. 
ĀAAA è una visione a cui abbiamo cercato di dare forma… e nome. Aranyaka ha uno scenario selvatico, boscoso o desertico, comunque al di fuori della Città; un luogo di rivelazione (quindi di ascolto) che poi viene restituita nel canto.
Ágnoia è ignoranza, in tutte le sue declinazioni. 
Antahakarana è il più complesso dei simboli. È un ponte, una connessione su più livelli, ma che attraversa il corpo. Non è una astrazione. Come in tutta la cultura Orientale il concetto è anche un patto con il corpo.
#0: Un viaggio nell’interiorità ha allontanato ogni idea che, come spesso accade, porta alla  sterilità. La parola è una ĀraṇyakAƔnoiantAḥkaraṇA. La disposizione delle A maiuscole rompe il significato delle parole che la compongono, generando un marchio che annulla il significato primario che è immobile, immutabile, ma sfugge alla comprensione del singolo, o di questa o quell’altra cultura, è un’archetipo primario che l’uomo non può capire e quindi cerca di possedere, brandizzandolo.

Davide

Chi siete, di quale città? Chi ha suonato in questo lavoro. Oppure preferite mantenere un anonimato come hanno scelto gruppi o collettivi come i Residents o i torinesi CCC CNC NCN?

ĀAAA

#1: Si, citi proprio due situazioni che, con poetiche diverse, si sono sottratte a tutta quella zona biografica che a volte orienta troppo la scelta. In ĀAAA questa zona doveva essere debellata. Con la differenza che, se non ricordo male la storica intervista dei CNC (sulla rivista Blast),  i CNC concludevano una domanda con una cosa tipo: ” CNC non esiste, esiste solo l’IO”. Ecco, con ĀAAA anche l’io viene scagionato, o almeno questo è il tentativo, poiché proprio tutta la parte personale, identitaria, viene cancellata per dare eco a qualcosa di più antico.
#0: l’anonimato (o meglio la non importanza del nome) getta più luce sull’opera che sull’ego dell’artista, permette all’artista di sganciarsi dalla sua figura cristallizzata per cimentarsi in territori inesplorati, è anche una maschera rituale, attraverso cui l’essenza della maschera si esprime e non l’artista.

Davide

L’opera si svolge in tre episodi in cui è centrale (specialmente nella prima traccia), oltre all’elettronica, la presenza del sitar con le sue risonanze simpatiche antiche e misteriose, le Corde degli Dei. Perché il sitar?

ĀAAA

#0: La musica indiana ha una forte componente per noi. I due principali pezzi dell’opera sono costruiti su droni (note fisse). Traspare il concetto indiano della musica “melodica” non “armonica”. Il sitar per la musica indiana è un’estenzione del canto. Ma la musica Indiana non si esprime in una costruzione cerebrale e complessa di accordi e tonalità che si incastrano in una base armonica complessa sopra una melodia generalmente “orecchiabile”, o “semplice” (come succede nella musica occidentale) ma parte dall’1, dalla nota base dell’universo dei raga (Sa, il “do”), che è il drone, per viaggiare poi sopra con melodie compesse e variegatamente ornamentate. Un concetto completamente diverso di musica. La componente occidentale ha altresì peso nel nostro lavoro, perché la storia dell’uomo è tutt’una e creiamo che la necessità è non scindere comodamente il passato da questa modernità che sembra completamente distaccata, ma trovare, attraverso l’unificazione degli opposti, quella sintesi che ci restituisce il senso intimo degli eventi.

Davide

La voce e il canto mi hanno ricordato certi dischi di Father Yod or YaHoWha, andando più lontano, o David Tibet e i Current 93 e simili, insomma un certo modo del canto rituale più misterico e oscuro. Di cosa parlano i testi e perché la scelta dell’inglese?

ĀAAA

#1: Tu evochi voci che sono un più di voce, qualcosa appunto di rituale, che attinge – o comunque questa è la tensione – a forze che chiedono ospitalità, a cui dare risonanza. I testi cantano della storia del mondo, del circo(lo) meccanico che incessantemente ripete la propria mancata esperienza. Bello sarebbe stato farlo in sanscrito o in greco antico ma a parte l’ovvia difficoltà è l’inglese la lingua di oggi.
Una lingua di dominio. A tutti i livelli. I testi non parlano solo del passato ma, come si diceva prima, della macchina storica che non è mai cambiata. Oggi è come ieri. Serviva una lingua “maggioritaria”, per dirla con Deleuze.

Davide

«Nessuna esperienza è troppo bassa da non poter essere assunta a rituale e rivestire così un significato sublime», scrisse l’antropologa Mary Douglas. Cosa avete assunto voi a rituale in questo lavoro per innalzarlo a cosa attraverso l’arte?

ĀAAA

#0: L’incontro e la decisione della necessità di questo progetto sono avvenuti per pura sincronicità. I testi sono stati praticamente canalizzati, li abbiamo scritti in brevissimo tempo una riga per uno, appunto per frenare la possibilità che una intenzione individuale emergesse. Abbiamo fatto session di improvvisazione di voce e di sitar, prima, e più che cercare di fare milioni di takes e scegliere la migliore, ci chiedevamo che senso aveva quella take, in quel momento, e cosa ci stava dando su cui appoggiare per fare il prossimo passo. Abbiamo continuato ad incontrarci senza sapere dove stavamo andando ma apprezzando il percorso, a volte rimanendo sorpresi per la vita propria che il progetto stava assumendo, a volte in mezzo alle difficoltà più assurde, come qualsiasi “viaggio” iniziatico.
#1: La trasmutazione è proprio questo. Il vile che viene sublimato. Sublime che non sta per sostituzione in mancanza di una… Cosa (appunto), ma proprio l’avvicinarsi ad essa, in un misto di timore ed attrazione data dalla sua incandescenza. 
L’operazione fatta è stata quella di ritualizzare ogni suono con strumenti naturali: fuoco, sassi, ferro… la materia del mondo, umile (da humus, della terra). Poggiare un piede nell’ arcaico mentre l’altro era attorcigliato tra i cavi dello studio.

Davide

Personalmente cerco di ignorare la musica e la progressiva smaterializzazione della comunicazione, desiderando ancora il supporto, l’oggetto. Avete scelto di produrre una quantità estremamente limitata di copie in vinile trasparente con un contenitore manufatto davvero insolito, come già descritto, di un certo peso non solo artistico. Anche gli estratti del promo sono una quantità limitata di 45 rpm 7 pollici in vinile trasparente. Perché?

ĀAAA

#0: La copertina materica non è decorazione, ci è costata, in termini di tempo e risoluzione problemi, più che fare il disco. Ma nella manifattura di un talismano il costo non è mai importante, è sempre importante l’accuratezza della materia nel cui viene prodotto, la tempistica (diciamo che oggi nel 2020 il disco ci sembra più attuale del 2019 quando lo stavamo registrando), e il risultato finale.
#1: Proprio per quello che dici, ovvero essere il più possibili vicino ad un vero e proprio manufatto. Il vinile stesso, nell’ultima traccia, contiene un loop finale che per forza di cose è unico e differente in ogni disco, piccole varianti che comunque singolarizzano ogni copia. Non poteva essere un oggetto di consumo immediato. Doveva avere un peso. Una gravità.

Davide

Nei secoli o millenni passati, l’arte, il canto e la musica sono stati uno strumento per parlare ai popoli, per esprimere valori collettivi in modo esteticamente efficace. Entrati ormai nella cosiddetta età ipermoderna, l’arte e la musica contemporanee, sempre più “meta”, assolvono ancora a una qualche funzione sociale, collettiva, a cominciare oggi dalle loro continue ibridazioni con il già fatto e con le culture più disparate?

ĀAAA

#0: La concezione antica dell’arte è assoluta, macrocosmica. L’arte antica genera arcani immutabili che sembrano prendere forma dall’inconscio collettivo ed essere eterni. L’arte di oggi sembra doversi plasmare sull’esperienza, il vissuto, le emozioni dell’artista e arrivare a singoli microcosmi per creare un dialogo esclusivo, individualizzato. È un concetto completamente diverso di arte, e sebbene l’attitudine soggettiva stia un po’ soppiantando il discorso universale, nessuno è costretto a percorrere una strada se non gli serve dove va, e noi, decidiamo ripercorrere la strada antica, nella contemporaneità. Mentre gli antichi con epiche visioni futuribili ci parlavano nei loro archetipi di tutto quello che sarebbe poi successo nel corso della storia dell’umanità, noi da un presente ormai palpabilmente apocalittico, ci ricongiungiamo a primordi a noi oscuri.
#1: Non ci si puó ingannare, nè riposare in nostalgie impossibili… o mai state. Finchè c’è stata cultura orale, musica, canto ed arte plasmavano l’immaginario e lo orientavano nella vita di tutti i giorni. Contaminazioni ce ne sono sempre state: lingue, miti e creazioni artistiche si sono sempre assemblate in base agli incontri tra culture, quasi sempre in maniera violenta, invasiva. Lo stesso termine cultura proviene da colonizzare. C’è un atto di conquista alla base. Ma almeno la dimensione del Sacro riusciva a resistere. Oggi è stata cancellata, in occidente da tempo, in altri luoghi sopravvive come ectoplasma ma è destinata alla caduta. Il moderno tiene insieme il passato, la tradizione e l’eterno con il presente effimero…  effimero che però sta soppiantando l’altra dimensione, che conteneva anche il segreto, il mistero.
Non so se oggi l’arte possa assolvere a queste funzioni. Se lo fa… dura un soffio. È la concezione del tempo che è mutata. Non si è mai nel tempo, cioè nel suo centro (e quindi fuori), si è sempre trascinati al laccio da Krónos.

Davide

Diceva Deleuze che il compito dell’arte è riuscire a “trapiantare nuovi sensi” nello spettatore, organi per una nuova sensibilità e affettività per modificare le nostre “memorie somatiche e semantiche” attraverso l’immaginazione. Perseguite questo obiettivo o qualcosa di simile?

ĀAAA

#1: Il secolo è davvero Deleuziano, come profetizzava Foucault, ma ne vedo le scie purtroppo ingabbiate nel discorso capitalista. Tutto quello che era il corpo senz’organi, il desiderio liberato, la deterritorializzazione, la rizomatica, il molecolare (che oggi diremmo liquido), è stato ingoiato dal mercato, la sua schizofrenia è stata sedata e rivenduta. In parte lo sapeva, <Non si scappa dalla macchina> diceva.
Alcune sue suggestioni restano potenti, o meglio in potenza, ma lo scenario non è Aperto, anche se così appare.
ĀAAA non si pone lo spettatore perché sa che una volta fuori di sé ogni opera diviene altro. Un orecchio recepirà alcune cose, un occhio ne osserverà altre.
#0: Non conosco Deleuze, per me è solo una questione di svegliare ciò che nell’ascoltatore è  assopito. Creare sarebbe dare all’artista una importanza che non ha..

Davide

Cosa seguirà?

ĀAAA

#1: …agli Dei la risposta.
#0: …tutto è già scritto. Perché spoilerare?

Davide

Grazie e à suivre…

ĀAAA

Grazie a te.

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