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Intervista con Lalla Bertolini

11 min read

Lo Straniero” è il titolo dell’album di debutto di Lalla Bertolini, cantautrice romana da diversi anni sulle scene con all’attivo diverse esperienze dal vivo, sia con band sia come solista.Il disco comprende otto canzoni originali scelte tra le più recenti, arrangiate in modo essenziale, ed è stato stampato in edizione limitata di 200 copie per essere proposto durante i concerti, prima dell’uscita ufficiale a fine marzo 2020.In contemporanea, la cantautrice ha iniziato una collaborazione con una jazz-band di Casperia, nella zona della Sabina, composta da Carlo Melodia alla chitarra, Giannantonio Rando al contrabbasso, e Simone Di Donato alla batteria.Le 8 canzoni che compongono il disco possono interpretarsi come dei viaggi-visioni compiuti dauna ipotetica stanza sotterranea, collocata in una delle città simbolo dell’ovest (in fiamme), Roma.Sono viaggi-visioni nel tempo e nello spazio. La traccia iniziale, ‘923, ci precipita negli anni cruciali dell’affermazione del fascismo, raccontando una relazione sentimentale che assorbe pericolosamente l’angoscia dell’atmosfera circostante.La successiva, Il Bramino, sempre partendo da un dialogo amoroso frustrato, si muove nellospazio, alla ricerca del riconoscimento dei bisogni dell’anima, verso l’India, dove si calpestanoperle e polvere, allo stesso tempo, ma si respira.Nella Rete, terza traccia, si racconta della navigazione digitale o meglio di come i sentimenti inessa si muovono, perdendoci o salvandoci; Bob Dylan prende spunto dalle critiche rivolte al grande autore nord-americano, reo di non essersi presentato a Stoccolma a ricevere il Nobel.Da Lo Straniero in poi, il viaggio-visione si fa più intimo e doloroso. La title track parla di un incontro misterioso e attonito. Un incontro che costringe ad abbandonare il noto e il consueto per l’inesplorato, verso cui non possiamo avere giudizi negativi né positivi, contingenza che può provocare un terrore paralizzante. La scoperta dell’ignoto. Ne La Matta si esprime il doloroso momento in cui il fragore enorme e lo stordimento del viaggio-visione diventa vittorioso, ed è in grado di sciogliere i legami del corpo con la mente e la coscienza, lasciandoci a deambulare senza meta, colmi di rabbia e paura.Nell’ultima traccia, Padre Pio, si ritorna alla base, al luogo dove si è nati e cresciuti, che inquesta rappresentazione-cronaca-invettiva dirama le sue propaggini, come da vocazione anticao addirittura eterna, verso tutto il globo terrestre.

Lalla Bertolini – voce, chitarra ritmica, chitarra solistaPaolo Graziani – contrabbassoAlberto Agostinoni – fisarmonica in “Il Bramino”Registrato preso Crossfade Studio (Roma) da Aldo TotaMix e mastering: Franco Petropaoli presso Ermes Records (Roma)Progetto grafico: Stefano Valicchia 

Cantautrice, esordisce a Roma alla fine degli anni ’90, incoraggiata da Nada, con una serie di concerti chitarra e voce, che la portano ad ottenere il riconoscimento del Premio Italiano Giovani, indetto da ‘Musica’ (supplemento di Repubblica). Negli anni successivi crea una formazione folk-rock, con la quale dà inizio ad una breve intensa avventura, fatta di prestigiosi live (dei quali ArezzoWave 2002 è il culmine) e di lavori in studio (incisione di “The piercing virtue”, disco su testi di E. Dickinson, non pubblicato). Riprende a suonare dal vivo chitarra e voce, esibendosi tra l’altro, nel 2006, ad una della prime edizioni del premio De Andrè, alla Magliana, Roma.Dal gennaio 2009 progetta e porta in giro, con l’organettista Valeria Bianchi e il violista e compositore Tiziano Carone, un concerto/studio su De Andrè, che esordisce l’11 gennaio (10 anni dalla morte), nel Teatro occupato ex-Volturno, a Roma. Il concerto viene replicato in numerose occasioni, la più curiosa delle quali è all’Università di Malta, su invito delle organizzatrici di Evenings on Campus, rassegna di musica estiva.Nel 2010 forma un trio, ‘Coqs Fous’ assieme a Franco Fosca (grandissimo busker, cantautore, dylaniano di ferro), e a Danila Massimi (percussionista e compositrice) coi quali ha l’onore di esibirsi al Festival Internazionale della Poesia di Genova. In un’altra serata dello stesso Festival suona alcune poesie di Emily Dickinson, in qualità di vincitrice del Premio ‘Suona la Poesia’, indetto dal Mei di Faenza e dal Festival di Genova, con il brano The Covert, tratto da Piercing Virtue.(Qui il link del video del brano: https://www.youtube.com/watch?v=TUamC-W3JmQ )Al Mei di Faenza ha partecipato in due occasioni, cantando Emily Dickinson e brani originali.Dal 2015 si è occupata del supporto e della diffusione di un gruppo informale di cantautori per lo più romani, organizzando concerti, individuali e collettivi, presso LaStalla, in Sabina.(https://www.facebook.com/lastallaponticelli/). 

https://www.rockit.it/lalla.bertolini/album/lo-straniero/47235

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Intervista

Davide

Buongiorno Lalla. Leggo che hai esordito alla fine dei ’90, incoraggiata per altro da Nada. Cosa ti ha spinto verso la canzone fin dal principio e il crearne tu stessa come autrice?

Lalla

Buongiorno Davide. Grazie della tua attenzione. 
Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia complicata, numerosa e piena di passione. Ho fratelli più grandi di me e molti altri cugini zii e affini che nell’infanzia frequentavo molto. Avevo a disposizione praticamente tutto l’arco parlamentare (ed extra) e quasi ogni posizione riguardo al mondo, alla politica, alla religione, o alla spiritualità. Sono nata agli albori degli anni settanta e vivere nell’infanzia quel periodo è stato fondamentale. Io ero nella schiera dei più piccoli, ero piuttosto silenziosa e ubbidiente, ma assorbivo intensamente, e dentro coltivavo emozioni forti, anche di rabbia, perché non è che mi si desse molta attenzione, dato il trambusto generale. Tutti suonavano e cantavano, tutti ascoltavano musica, cantautori italiani o angloamericani, rock, reggae e Sudamerica. Si litigava – o discuteva – moltissimo. Io restavo a guardare ma quando imparai a suonare la chitarra mi venne spontaneo inventare melodie e parole, per esprimere anche il mio punto di vista. È andata così.

Davide

La psicanalista e filosofa Julia Kristeva ha scritto che lo straniero è in noi. Quando fuggiamo o combattiamo lo straniero, lottiamo contro il nostro inconscio. Cos’è per te?

Lalla

Mi piace Kristeva! Ho letto qualcosa di lei… Che lo ‘straniero’ sia un fatto per lo più interiore è una scoperta anche più antica. Ciò non toglie che il problema di questa ‘lotta’ con un elemento che percepiamo come estraneo, o estraniante, è una delle caratteristiche dell’essere umani che mi affascina e interessa molto. Mi affascina l’umanità, nelle sue forme quiete e inquiete, e verso quelle inquiete ho maggior propensione perché l’inquietudine mi ha sempre accompagnato, è stato sempre anche un problema pratico, quotidiano, affrontarla, o cercare di farlo. 
Nella canzone che porta questo titolo, e che a sua volta intitola l’album, ho tentato di raccontarla in modo primigenio, ovvero con una ingenuità priva di sovrastrutture e contezza, come fosse il primo uomo che affronta il primo straniero: magari sì, sé stesso. Dev’essere stato un vero shock, se teniamo presente che è il solo animale sulla terra ad aver fatto questa strana esperienza, o perlomeno che ha potuto ‘parlarne’.

Davide

Come nascono le canzoni de “Lo straniero”, intorno a quale filo conduttore o momento particolare della tua vita e attraverso quale tua raggiunta poetica? Cosa volevi narrare sopra tutto attraverso questi tuoi testi?

Lalla

Le canzoni che compongono l’album sono nate più o meno tutte nello stesso periodo, gli ultimi 2 o 3 anni della mia vita. Quasi tutte in campagna, non a Roma quindi, ma nella casetta dove mi sono trasferita dal 2010, circa, in poi. Come tutti sanno Roma è una meravigliosa città ma ha parecchi lati oscuri, soprattutto dal punto di vista culturale. Credo che non ci si possa far niente, è nella sua storia essere meravigliosa e immobile. Chi ci vive ha tutto, dal punto di vista estetico e storico, è frastornato e grato per la sua bellezza ma allo stesso tempo bloccato in un certo essenziale flusso di vita e di novità. Viene naturale addormentarsi. Giunta in campagna, ritrovato il contatto con la natura e col silenzio, ho scritto molto, riferendomi anche al passato, con un baricentro diverso però. Ho cercato di sfrondare i miei testi, di eliminare il ridondante e il troppo riflessivo, gli aspetti auto-riferiti e l’emotività in eccesso, e la polemica (che mi perseguita). Come ho detto, compongo da moltissimi anni, e anche agli inizi ho scritto cose interessanti, ma non aver un uditorio o averne uno molto molto ristretto, crea delle difficoltà riguardo alla tua crescita: il riscontro è essenziale. Ho cercato di lavorare con quel che avevo, confrontandomi con colleghi cantautori con storie simili alla mia, di sottobosco diciamo, per migliorarmi ed esporre con più esattezza il succo della mia ipotesi espressiva. Cosa volevo narrare? La mia esperienza, la vita… in questi anni storici, terminali in qualche modo, apocalittici, anche se il mondo sempre termina e sempre ricomincia. Apocalittici o integrati? Diceva un gran bel titolo di un libro che non ho letto però; ecco adesso credo che non esista differenza tra le due cose. L’apocalissi è integrata. 

Davide

Hai qualche legame con la scuola romana del Folkstudio o altri cantautori o altre scene cantautorali in particolare?

Lalla

Al Folkstudio non ho mai messo piede, ahimè, gli anni dei miei esordi pubblici coincidono con quelli della sua chiusura definitiva. L’ho vissuto nel ricordo di alcune maestre e maestri, fra i quali vorrei citare Sylvie Genovese, grande musicista franco-italiana, che ne hanno portato il testimone avanti negli anni, prendendo spunto da quella ricchissima esperienza per fare qualcosa di simile, per tenere in vita spazi alternativi. Ce ne sono stati fortunatamente. Ci incontravamo al Bosio Aperto, appuntamento creato da Franco Fosca, Giampiero Mazzone e Stefano Rossi Crespi (tre cantautori), presso i locali del Circolo Gianni Bosio al Rialto Sant’Ambrogio (una specie di CSOA a gestione multipla), una domenica al mese, dalle 18 in poi, mi sembra. Al di fuori impazzava la tecno, noi pure andavamo a ballarla, ma io pensavo che non avrebbe mai appagato tutta la sete, che senz’altro corrispondeva ad un bisogno, che era pure mio, ma restava comunque la necessità di altro, allora fortemente disconosciuto. Era veramente un palco aperto: chiunque volesse, si presentava, si iscriveva alla lista e faceva le sue tre canzoni. A volte i pomeriggi parevano interminabili, e si presentavano personaggi ben particolari, ma non era la Corrida: tutti ascoltavamo tutti in silenzio e attenzione, e sinceramente si tornava sempre con il cuore pieno. Poi fu la volta del Belleville, locale del Pigneto, il giovedì sera con le stesse regole promosso dal grande Franco Fosca. Altra bellezza, e soprattutto altri bellissimi incontri. Perché uno dei motivi era di poterci incontrare. Ci sentivamo degli alieni, e lì avevamo occasione perlomeno di riconoscerci a vicenda, e di crescere. 

Davide

Perché hai scelto una strumentazione e un arrangiamento musicali essenziali?

Lalla

Ha corrisposto innanzitutto a due necessità pratiche: l’agilità delle scelte, e dei movimenti, e l’immediatezza. Non volevo perdere il momento tanto atteso (da me) della risolutezza. Volevo mettere nero su bianco queste otto/nove canzoni che avevo scelto, e così ho fatto, quasi improvvisamente. Per suscitare un’atmosfera più interessante, che desse qualche indicazione in più all’ascoltatore, ho pensato di aggiungere qualcosa, ma ridotto al minimo, che si ispirasse al silenzio. D’altronde io dal silenzio esco, in qualche maniera. Sinceramente mi è sembrato perfetto, per un inizio. 
Poi c’è anche un discorso a livello stilistico… In questi anni si è sviluppata un’attenzione io dico sempre più morbosa nei confronti dei suoni, delle tecnologie atte a renderli più puliti, potenti, performanti e via dicendo (mi sembra anche Neil Young abbia fatto un discorso simile). Io la dico morbosa perché per me ha deviato l’attenzione di molti, che hanno perso di vista quasi del tutto la più faticosa verifica della autenticità, dell’attendibilità, della presenza, dell’atto artistico in sé. Non è una critica tout court verso la tecnologia, è superfluo forse aggiungerlo. Ma se andiamo ad ascoltare un concerto di musica da camera suonerà in maniera strepitosa, senza nessuno apporto tecnico oltre agli strumenti che i musicisti fanno risuonare. Un’unica volta ho partecipato ad un incontro musicale dove era presente anche Giovanna Marini, che non avevo mai sentito dal vivo. Io suonai con la band sul palco, due canzoni mi sembra. Lei dopo fu così carina da complimentarsi, ma mi disse anche: ti consiglio di suonare senza amplificazione. E così lei infatti fece, si mise davanti al pubblico chitarra in mano e cantò le sue canzoni. E fu potente! Anche tutto ciò che si muove attorno alla musica punk è immune da questa fissazione. Io mi ispiro alle due cose contemporaneamente. Al classico e al punk, per quanto assurdo sembri. (Chiedo scusa ai cultori dei due generi, che magari avranno da ridire).

Davide

Una tua canzone si intitola “Bob Dylan”. Dylan disse, in una intervista (David Gates, Newsweek 1997), di trovare la religiosità e la filosofia nella musica. Tu cosa vi trovi? O vi cerchi?

Lalla

Sì per me la musica è ricerca, ma non solo filosofica o religiosa, in effetti, anche di conoscenza degli altri, anche di corrispondenza. Per questo dicevo che il riscontro è importante, non tanto per capire se piaccia o meno ciò che canti, quanto se suscita qualcosa. Solo cantando canzoni di fronte alle persone mi sono resa conto di alcune falsità che vi erano contenute, a livello musicale o di testo. Se le canti solo a te stessa, puoi andare avanti anni a ripetere sciocchezze, e non evolvi. Questa è stata la sofferenza degli anni passati, per me e per molti. Ma non ha a che fare con l’ego, o con un’eccessiva timidezza, quanto col fatto che da un certo momento in poi nel campo musicale siamo diventati veramente degli invisibili, o degli intollerati.  

Davide

Quale funzione comunicativa e sociale deve avere per te la canzone, specialmente in questi anni in cui si parla di supremazia dell’ego, dell’individualismo, del solipsismo digitale?

Lalla

Una canzone connette sempre le persone, nasce con questo intento e non può sfuggirgli. È una connessione e una comunicazione. Crea legami e quindi senso di solidarietà. Se non suscita una qualche vicinanza, non sarà ascoltata. In questo senso ogni canzone, anche la più ego-centrata o individualista desidera, a mio parere, uscire dal ‘solipsismo digitale’, e incontrare gli altri. Certo se, come dicevo prima, l’attenzione si concentra unicamente sul fatto tecnico, questo discorso viene meno; ma questo rischio non si corre in relazione all’individualismo o all’ego più o meno dominante, quanto piuttosto con l’eclissi dell’umano e dell’interesse che suscita. In quel caso viene meno anche il termine ‘canzone’, o perlomeno si darà questo nome a qualcosa di diverso. 
Ogni cantante poi esprime la sua esperienza e il suo grado di realtà, di vita. Se lo fa in modo autentico, come dicevo, adempie la sua funzione ed è di crescita e di arricchimento per tutti, poiché è conoscenza. Questo a volte succede in modo doloroso, ma l’arte non corrisponde propriamente alla felicità.

Davide

Qual è la domanda che ti poni più spesso a cui ancora non sei riuscita a dare una risposta che ti soddisfi del tutto o niente affatto?

Lalla

Le domande sono infinite e continue. Un esempio: perché aspiriamo alla felicità e alla bellezza con tanto trasporto e siamo così male addestrati a raggiungerle, dappertutto nel pianeta terra? O anche: come mi posso permettere di parlare di cose del genere se non sono nessuno, agli occhi del mondo? Non sarebbe meglio tacere e fare pace col mio anonimato, con il mio silenzio?

Davide

Cosa seguirà?

Lalla

Spero tanto di fare un altro disco, in qualche modo ci sto già lavorando, ma ci sono molti fattori ora sconosciuti che determineranno il nostro futuro, e quindi le nostre scelte. Quien sabe!

Davide

Grazie e à suivre…

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