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Intervista con Matteo Muntoni

7 min read

Se si dovesse spiegare il concetto di poliedricità, Matteo Muntoni sarebbe un esempio perfetto.

Bassista, compositore e sound artist con una lunga esperienza alle spalle, Matteo parte dallo studio del pianoforte classico e dalla formazione autodidatta al basso elettrico e alla chitarra per proseguire con numerosi seminari a Roma e Nuoro, guidato da figure di spicco quali Massimo Moriconi, Ellade Bandini, Maxx Furian, Dom Famularo, Attilio Zanchi e Paolo Fresu. A una laurea in basso e contrabbasso jazz nel 2009 seguono varie esperienze: dai Laboratori di Alto Perfezionamento a Siena con Stefano Battaglia al Corso Triennale della Scuola di Musicoterapia di Torino, tema questo che approfondisce e che segue a partire dal 2011. Attualmente sta completando il Biennio di Musica Elettronica presso il Conservatorio di Cagliari, insegna musica in scuole pubbliche e private ed è direttore artistico della scuola di Musica Alterazioni a Sanluri.

Attivo come artista visivo e sonoro, ha realizzato anche un documentario dedicato al culto dell’acqua in Sardegna (“Sacred Water”) che ha partecipato a diversi Festival e ha collaborato all’installazione “Lupo di Terra” per il festival “Tutte Storie” 2019, dedicato alla letteratura per i bambini. Ad una discografia ricca di pubblicazioni a proprio nome e con vari progetti (tra gli altri, Janas, Piccolo Ensemble Elettroacustico, Samurau), stanno per aggiungersi due nuovi tasselli: “Juanas Ag Mur”, modern jazz con ensemble vocale e l’album contemporary rock “Radio Luxenbourg”, che uscirà ufficialmente il 9 febbraio 2019 per Ticonzero. Release party il giorno stesso al Fabrik di Cagliari,

L’emittente Radio Luxenmbourg è stata il principale modello di riferimento per tutti gli aspiranti dj e musicisti europei prima dell’avvento del rock’n’roll. La radio, nata nel 1933, trasmetteva la musica americana dal Lussemburgo e, per aggirare la legislazione inglese, da una nave pirata ancorata in acque extraterritoriali. Ascoltatissima soprattutto dai giovani, per la sua programmazione d’avanguardia, ben diversa dai programmi di allora delle radio pubbliche europee. Gli speaker annunciavano i più notevoli successi discografici europei o quelli che sarebbero, grazie all’emittente, diventati tali. Il suo bacino d’utenza comprendeva gran parte dell’Europa, anche se il principale era quello britannico, limitato alle ore serali e notturne.

Matteo Muntoni recupera Radio Luxembourg e da “semplice” radio la trasforma in strumento di espressione letterario-musicale: nel disco convivono composizioni anche estremamente eterogenee, ma comunque capaci di convivere in una sorta di caleidoscopio. Dal minimalismo di Steve Reich in “On the Moon” alla psichedelia e al progressive rock di “There’s no Time”, dagli influssi stoner di “The Man and the Journey” alla barrettiana “Dust and Guitars” e alle spigolosità di Frank Zappa o dei King Crimson nella finale “Werewolf Cricket”, ogni brano parte da cose, eventi o persone che hanno influenzato musicalmente l’autore nel corso degli anni, senza vincoli di genere, tenendo piuttosto fede a un’idea di musica.

Comunicato stampa Peyote Press

www.matteomuntoni.com

Intervista

Davide

Ciao Matteo. Perché hai scelto di intitolare questo tuo lavoro a una delle primissime radio private (1933-1992), un tempo tra le più popolari anche tra i musicisti che volevano stare al passo con il centro del mondo musicale europeo, l’Inghilterra? Qual è il collegamento?

Matteo 

Ciao Davide, mi è sempre piaciuta la storia della radio pirata  che da una nave trasmette la musica rock americana a dispetto delle tante emittenti statali, quasi anticipatrice del tempo e della musica che verrà: una sorta di Spotify del tempo che fu che ha permesso davvero a tanti musicisti europei di sviluppare le proprie attitudini musicali anche verso altre direzioni non previste. 

Davide

Come nascono queste nuove composizioni, da quale tuo momento attuale di percorso musicale?

Matteo

Le composizioni contenute nel disco sono avvenute nel corso del tempo senza seguire uno specifico dettame stilistico (cosa che invece spesso ho adoperato per altri progetti) inoltre sono state realizzate senza metterle su spartito ma solo audio un po’ come facevo da adolescente. Ti posso dire che però avevo tutto chiaro e dopo averle registrate ho scritto le parti per tutti gli strumenti (cosa che faccio di solito) insomma ho tenuto un’attitudine rock anche nella stesura e la cosa mi è piaciuta parecchio.

Davide

Che tipo di viaggio ideale svolgono queste sette tracce strumentali da “On the moon” a “Werewolf cricket”?

Matteo

Sono pezzi scritti sempre pensando a qualche avvenimento particolare; persone o musiche che mi hanno accompagnato da sempre, quasi un’omaggio a tutto ciò a cui devo il fatto di essere musicista oggi. 

Davide

Chi ha suonato con te in questo lavoro?

Matteo

In studio hanno registrato musicisti che stimo tantissimo sia umanamente che artisticamente e che fanno parte anche della line up per i concerti estesi (9 elementi) eccoli:
Michele Sanna alle chitarre; Stefano Vacca alla batteria; Matteo Sedda alla tromba; Marco Caredda al vibrafono e Andrea Sanna alle tastiere; il resto mi sono arrangiato da solo tra basso; chitarre; synth e live electronics. 
Nei live vi prendono parte anche Fabrizio Lai alla chitarra acustica; Daniele Porta all’elettrica, e Nicola Vacca (fratello di Stefano alla batteria)

Davide

Cosa cerchi soprattutto nella musica, quando la studi, ascolti e quando la suoni o la crei? Cosa invece di comunicare attraverso di essa e nell’insegnarla?

Matteo

In realtà non cerco nulla di specifico ma mi faccio prendere invece dalle sorprese: ovvero nel corso del tempo ho notato che ciò che mi colpisce, soprattuto nella musica che ascolto, è l ‘elemento non accomodante piuttosto la novità, il fuori campo; il non previsto nella sua collocazione anche in musiche apparentemente convenzionali. In questa direzione cerco di lavorare anche nella mia musica altrimenti mi annoierebbe!  Quando insegno cerco sempre di trasmettere sia i concetti base della musica teorica e non, ma anche di far sviluppare una propria attitudine, una propria musicalità, di valorizzare la sensibilità musicale di ogni singolo allievo anche tra i più piccoli; insomma è giusto imparare ciò che è un linguaggio teorico musicale per capirsi con gli altri ma è necessario anche dire qualcosa di proprio che piaccia o meno. 

Davide

Come ti sei avvicinato alla musicoterapia e perché hai deciso di studiarla e di diventare quindi un musicoterapeuta? In che modo questo influisce sul tuo fare musica?

Matteo

Allora ti specifico che pur avendo dato tutti gli esami e aver completato la fase del tirocinio non sono ancora musicoterapista, lo sarò a percorso finito; insomma mi manca la tesi e ci siamo. Ho dovuto temporaneamente sospendere perché nel mentre mi sono avvicinato alla composizione nell’ambito della musica elettronica e mi sono iscritto nuovamente in Conservatorio e ora sto terminando il biennio di specializzazione. 
Rispetto all’insegnamento tradizionale, lavorare in contesti differenti a cui un musicoterapista è abituato mi ha permesso di vedere il fare musica anche da un’altro punto di vista; ovvero il fare musica ha in sé non solo un aspetto estetico e condivisivo, ma può essere importante per chi la fa e la condivide anche a prescindere dall’esito estetico, visto il potere benefico e comunicativo che la musica può avere proprio come linguaggio e non solo come forma d’arte.

Davide

Stai ultimando anche un altro nuovo lavoro di musica jazz… Qualche anticipazione?

Matteo

Sto lavorando nel frattempo a un progetto interamente dedicato e ispirato ai miti e alla storia del popolo nuragico soprattuto per quanto riguarda l’aspetto cultuale e rituale: cosa che in Sardegna si vede ancora nei diffusi  riti di estrazione pagana mantenuti vivi nel quotidiano. Adoro da sempre la nostra storia, millenaria, i luoghi e i monumenti sardi che da sempre ci ricordano da dove veniamo (ho sempre sognato di fare l’archeologo e magari prima o poi…). Si tratta di un lavoro in cui emergono le voci femminili; ho scritto le composizioni e arrangiato il tutto insieme a Raffaele Pilia e Antonio Pinna. Abbiamo terminato le registrazioni e siamo in attesa di chiudere il mix per far uscire il disco. 

Davide

Ci sono o ci sono stati dei musicisti in particolare con cui ti piacerebbe o ti sarebbe piaciuto suonare e intraprendere un progetto musicale?

Matteo

Sai che davvero non riesco a rispondere con qualche nome a questa domanda? Se ci penso davvero mi piacerebbe suonare con più persone possibili e imparare tante cose da loro: nemmeno una lista sarebbe sufficiente. Ma ti posso dire che amo ogni approccio che un musicista ha con la propria musica: è il proprio modo di raccontare ogni storia.

Davide

La vera musica, che sa far ridere e all’improvviso ti aiuta a piangere… canta Paolo Conte. Secondo te ci sono una vera musica e una musica non vera? Cos’è una, cosa l’altra?

Matteo

Più vado avanti nel tempo più mi rendo conto che ogni suono consapevole e pensato ha diritto di essere musica e sinceramente non mi faccio più tante domande a riguardo: ci sono tanti modi diversi di approcciarsi alla musica che sia intesa come forma d’arte; come funzionale a qualcosa o qualcuno, che sia intesa come un linguaggio comunicativo o no, insomma se fatta con profondità di pensiero mi piace ogni sua esternazione 

Davide

Cosa seguirà?

Matteo

Spero tanti concerti e tanta musica e musicisti nuovi! 

Davide

Grazie e à suivre…

Matteo

A te Davide! 

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