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2006
19
Ott

A few days later...

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L'Iran mostrato da Niki Karimi è ricco, benestante, occidentalizzato (presenti in più inquadrature i loghi della Apple, della Nike e della Marlboro).

Shahrzad è una donna con un buon lavoro, una casa tutta sua, una bella macchina. Non ci sono tracce di guerre passate, di fratture, di miseria. Ci troviamo davanti ad una società che punta diritto verso quei modelli che il resto dell'Oriente sembra così ansioso di distruggere. L'unica differenza, nel film, tra una donna iraniana e una donna occidentale è il velo che la prima deve indossare.
Il film è costruito attraverso il susseguirsi di piccoli avvenimenti quotidiani. Il lavoro, gli spostamenti in macchina, delle telefonate a cui Shahzrad non vuole rispondere, le visite al figlio tenuto in una casa di accoglienza per bambini con problemi mentali. La regista lavora sul lento accumulo di eventi, il cinema si piega a raccogliere la vita, anche e soprattutto nella sua banalità. Gli unici elementi veramente filmci sono forse quelli legati al sonoro. I rumori d'ambiente potrebbero creare significati nuovi rispetto a quello che l'immagine (non) mostra. Rumori della pioggia, il fischiare del vento. La solitudine di una donna e la sua attesa. Si cerca di raggiungere l'esistenza attraverso un minimalismo espressivo e stilistico che mi annoia a morte. Le luci danzanti di una città (forse Teheran, forse no) sono le uniche immagini che riescano in un qualche modo ad emozionarmi. Ma dai personaggi, dalla loro storia, dal loro possibile futuro non rimango minimamente colpito. Lo schermo è là davanti, le immagini scorrono ma io rimango chiuso dentro me stesso. Nulla si riversa, nè emozioni, nè pensieri. Rimango indifferente, come il vento che soffia accanto a Shahrzad. Come il rumore della pioggia che cade quando iniziano a scorrere i titoli di coda.

 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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