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2011
19
Giu

Intervista con Donato Zoppo

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Uno degli album più controversi di Lucio Battisti analizzato da Donato Zoppo per Aereostella: 'Amore e non amore' a 40 anni di distanza con testimonianze inedite, aneddoti e la prefazione di Giorgio Piazza. In libreria dal 28 aprile 2011
Amore, libertà e censura: il 1971 di Lucio Battisti
 

Aereostella
è lieta di presentare: 
AMORE, LIBERTA' E CENSURA
Il 1971 di Lucio Battisti
Itinerari Musicali – Aereostella, 2011
328 pagine, euro 22.00

di Donato Zoppo
Prefazione di Giorgio Piazza

"Voglio fare le cose con gusto e non pensando alla cassetta. Per restare fedele a me stesso e sincero con il pubblico" (Lucio Battisti).
 
 
Nel luglio del 1971 Lucio Battisti pubblica Amore e non amore: il suo primo "vero" 33 giri dopo le raccolte di singoli Lucio Battisti e Emozioni. È un lavoro rivoluzionario: un concept-album con quattro focose canzoni rock-blues registrate dal vivo in studio, quattro strumentali con l'orchestra diretta dallo stesso Battisti e i lunghissimi titoli di Mogol, la copertina con una misteriosa donna nuda. All'alba della nascita del rock progressivo italiano, Battisti inventa un disco sperimentale con brani inediti suonati dai Quelli pronti a diventare Premiata Forneria Marconi.
 
A quarant'anni di distanza dalla sua uscita, Donato Zoppo racconta la vicenda di Amore e non amore: il percorso che conduce Lucio Battisti all'anno di grazia 1970, il making of degli otto brani, la scelta concettuale, i conflitti con la Ricordi e il ritardo della pubblicazione, le reazioni di pubblico e critica, il caso della censura. La Commissione d'ascolto della Rai decide di bocciare Dio mio no: il brano scelto come singolo descrive in modo troppo esplicito una donna sessualmente disinibita, l'intero lp non godrà del supporto promozionale ma sarà egualmente un successo.

Grazie alle testimonianze inedite dei protagonisti (tra i tanti Franz Di Cioccio, Franco Mussida, Alberto Radius, Dario Baldan Bembo etc.) il libro affronta le caratteristiche dell'album nel 1971 di Battisti: l'anno della definitiva rottura con la stampa, di rivoluzionarie partecipazioni in tivù, di Pensieri e parole e La canzone del sole ma anche della cult-song Le tre verità, amatissima dai cultori del rock progressivo. Zoppo analizza anche i rapporti tra Amore e non amore e i primi passi del prog italiano, in quel 1971 che ha visto nascere le opere prime di Orme, Osanna, Delirium e tanti altri. In apertura un ricordo di Giorgio 'Fico' Piazza, indimenticato bassista di Quelli e PFM, accanto a Lucio Battisti anche in Amore e non amore. Foto di copertina di Bruno Marzi, foto interne di Caesar Monti. In libreria dal 28 aprile.
 
 
DONATO ZOPPO (Salerno, 1975) scrive per le riviste Jam, L'Idea e Totemblueart. È il fondatore di BattistiNews.it, dirige il webmagazine MovimentiProg e conduce il radio-show Rock City Nights (Radio Città BN). Ha all'attivo alcuni libri (PFM, Lingalad, progressive-rock etc.). Si occupa di promozione musicale con l'ufficio stampa Synpress44.

Aereostella:
http://www.aereostella.it

Chi va con lo Zoppo...:
http://www.donatozoppo. blogspot.com
 
 
 
Intervista
 
 
Davide
Ciao Donato. È cosa abbastanza inconsueta dedicare un libro non su un artista o una band nel complesso attraverso l'intera discografia, ma su un solo disco in particolare. Lucio Battisti ha saputo precorrere e mutare di album in album, ogni album è significativo del suo percorso artistico e dell'epoca in cui è stato prodotto. Perché dunque un solo disco e perché proprio "Amore e non amore"?
 
Donato
Ciao Davide, grazie per la tua attenzione. In generale – e questo lo dico da giornalista attento alle novità dell'editoria musicale – negli ultimi anni è nata una buona attenzione saggistica nei confronti di singoli dischi: è un orientamento che all'estero ha già dato ottimi risultati (penso a nomi come Steve Matteo, John Cavanagh, Dai Griffith e Allan Moore, autori in tempi non sospetti di monografie specifiche su singoli 33 giri) e in Italia stanno venendo fuori cose molto interessanti, anche in campo battistiano (penso ad Anima Latina dell'ottimo Renzo Stefanel, edito da NoReply).
Per quanto mi riguarda, dopo aver approfondito la vicenda storica della PFM in un mio libro uscito nel 2006 per Editori Riuniti, ho individuato un "interstizio" che meritava di essere approfondito. Un momento singolare, quasi una bolla spazio-temporale nella quale i Quelli stavano per diventare PFM ma erano ancora all'opera con i big della musica leggera italiana, pensiamo proprio a Battisti. Tra la primavera e l'estate del 1970 Battisti registra un lp avveniristico, che uscirà un anno dopo, nel luglio del 1971: quale fu il motivo del ritardo? Quel disco, dal titolo Amore e non amore, era un lp concettuale: perché? Il concept dell'opera veniva espresso anche in copertina, con Battisti vestito da clown triste – o da hippie – con una donna nuda di spalle: per quale motivo? E chi era quella ragazza? Nell'album quattro brani sono pezzi rock-blues improvvisati in studio, altri quattro estrapolazioni da jam strumentali, con titoli lunghissimi scritti da Mogol e l'orchestra diretta proprio da Lucio: come mai questa scelta coraggiosa? Il singolo Dio mio no fu censurato: con quali motivazioni? Spesso si legge che quel 33 giri ha anticipato il rock progressivo: è vero?
Come vedi c'erano moltissime domande che necessitavano di una risposta, soprattutto per un motivo: Amore e non amore è un disco un po' dimenticato, poco celebrato, raramente messo a fuoco nelle numerose biografie o monografie battistiane. Mi sono messo all'opera proprio con l'intenzione di scoprire qualcosa di interessante su questo lp, e la mia indagine si è poi allargata a tutto il 1971 di Lucio Battisti, un anno decisivo per capire l'intera maturazione del personaggio.
 
Davide
Una volta si aveva finalmente qualche soldo, ci si comprava un disco e lo si ascoltava e riascoltava, diventava sempre più un compagno di vita e di significati… Oggi le nuove generazioni non sanno più cosa sia un vinile, una copertina, tutto si scarica gratuitamente a intere discografie per volta, smaterializzate in mp3 e magari pure senza una significativa sequenza, e tutto si fagocita e si dimentica in un gigantesco blob astorico…  Soffermarsi da parte tua su un solo disco e indicare quanti significati vi siano dentro è stato un modo di invitare a un altro modo di ascoltare la musica?
 
Donato
Guarda, mi permetto di dire una cosa: non solo in questo libro ma in generale in tutte le mie attività nell'informazione musicale cerco, a volte tacitamente a volte in modo esplicito e schietto, di invitare ad un ascolto "cosciente e responsabile" della musica. Amore e non amore è uno di quei dischi che non possono essere ascoltati di striscio, come sottofondo mentre si fa qualcos'altro: è un'opera che ha una sua storia, una direzione, dei risultati, un portato storico notevole. Il mio libro ha uno scopo: quello di offrire una guida, proprio perché il 33 giri aveva un carico di significati importanti, pensa ad esempio al fatto che era un disco a tema, il che porta ad una serie di considerazioni importanti sulla discografia degli anni 60/'70 e sulla maturità di tanti artisti che non volevano più affrontare una semplice sequenza di canzoni sciolte da un filo conduttore.
Non sono un ipocrita: sono il primo ad essere aggiornato sui nuovi modo di fruizione musicale, per cui uso gli mp3, l'iPod, mi servo di YouTube come grande jukebox in tempo reale o di SoundCloud per scoprire qualche intrigante nuova proposta, ma c'è una differenza tra le nuove dinamiche dell'informazione rivolta ad un ascoltatore e il momento intimo e formativo dell'ascolto attento e consapevole. Aver affrontato anni e anni di ascolti di rock "classico" (o vintage…) mi ha dato una forma mentis rispettosa nei confronti dell'artista e delle sue intenzioni: questo significa che il mio atteggiamento di fronte ad un'opera è sempre scrupoloso e attento a tutti i dettagli di un disco, a partire dall'elemento grafico fino ai ringraziamenti nel libretto. Se un album è opera polisemica e polimorfica, allora va ascoltato, indagato e assorbito come si deve.
 
Davide
O è anche vero che oggi i do e indicare quanti significati vi siano dentro è stato un modo di invitare a un altro modo di ascoltischi (eccezioni a parte) non contengono più tante storie, tanti significati come quelli di quaranta, trent'anni fa, da poterci scrivere perfino un libro di 300 pagine come hai fatto tu?
 
Donato
Credo che ogni disco abbia la sua storia, anche se temo di doverti dare ragione: oggi la maggior parte delle produzioni musicali è slegata da contenuti "forti", capaci di durare nel tempo, probabilmente manca quello spessore, quella "presa" che rende un'opera un classico. C'è tuttavia qualche eccezione. Ultimamente sto ascoltando con interesse e curiosità alcuni artisti provenienti dal Mali, di cultura e lingua Tamashek, in particolare i Tamikrest. Ecco, nel loro ultimo album Toumastin c'è un rilievo importante di significati storici, culturali, artistici e linguistici. Lo stesso discorso vale ad esempio per l'ultimo disco di Eddie Vedder, oppure per il recentissimo Gli occhi del mondo di Vittorio De Scalzi, che mi ha molto affascinato. Si tratta di opere diversissime tra loro, sia chiaro, ma non avulse dalla realtà, legate a tanti fili che offriranno, tra qualche anno e dopo una buona storicizzazione, possibilità di analisi più approfondite.
È ovvio che il pop-rock più superficiale è andato da un'altra parte, quella dell'ascolto superficiale, semplice e immediato, infatti la differenza dai dischi degli anni '60 e '70 credo sia nella nascita e nell'affermazione di una cultura rock e di un atteggiamento "identitario" (perfettamente analizzato in Dai beat alla generazione dell'iPod di Lucio Spaziante, recente libro della Carocci che consiglio vivamente). Nell'epoca d'oro di Beatles, Dylan e Zappa, stava nascendo una pop-culture che vedeva nel 33 giri il simbolo pregnante di un universo giovanile: oggi che la gioventù è parcellizzata, frammentaria, vittima dell'individualismo, la musica ne risente profondamente, tanto da essere diventata un'arte minore, ormai incapace di essere attrice del cambiamento sociale. Amore e non amore apparteneva a quel determinato periodo storico: tornando alla celebre copertina, quell'immagine di Battisti nei panni di un hippie triste, la foto bucolica, la donna nuda e i cavalli rimandano inesorabilmente ad una cultura giovanile che, se a San Francisco era defunta già dal 1968/69, in Italia si stava invece affermando con forza.
 
Davide
"Amore non amore" ha sicuramente introdotto molte novità per l'epoca: dal particolare di una tecnica come il finger-picking alla durata di una canzone di 7 minuti  e mezzo di "Mio Dio no", dall'idea di un filo conduttore che leghi fra loro le canzoni e gli strumentali e alla stessa proposta di brani strumentali, dai lunghi titoli alla copertina (nudo incluso), nell'alternanza tra rock blues e suono Motown alla melodia italiana, per non parlare della voce, del modo di cantare, dei testi, la registrazione quasi in presa diretta, la contaminazione tra svariati generi musicali e perfino un certo spirito o messaggio ecologista… Insomma, un disco geniale ricco di innovazioni così come anche il resto dell'opera di Battisti, più "progressista" che "conservatrice"... Come ti spieghi invece il fatto che sia stato sempre snobbato dai "progressisti" dell'epoca?
 
Donato
Questa è una delle chiavi di lettura del mio libro, che propone un Battisti "diverso" da quello passato alla storia: a ben guardare Amore e non amore è il primo passo verso una sua concezione della composizione, della produzione e della promozione che saranno definitive e che troveranno perfetta sintesi nel periodo del ritiro. Voglio dire che Battisti solo all'apparenza è quello del pop da classifica e delle canzoni da falò: in realtà è stato un compositore di estrema attenzione e preparazione, che con Mogol prima e Panella dopo ha fortemente voluto il pieno e completo controllo del processo produttivo, come accaduto – mutatis mutandis, sia chiaro - a Frank Zappa e anche a Prince. Se però Zappa ha avuto una produzione discografica tanto coerente nei principi e nella progettualità quanto "schizofrenica", Prince ha avuto una discografia "ufficiale" di ottimo funk-pop-soul e una produzione "clandestina" (come la definisce Davide Sechi nella postfazione a Slave to the rhythm di Liz Jones) orientata alla sperimentazione jazz-ambient-fusion. Battisti invece è stato il perfetto e assoluto artigiano del pop, ma in questo "formato" egli ha saputo inserire tutte le influenze che lo animavano, tutti i suoi gusti e le sue ambizioni compositive.
Amore e non amore non è  un disco battistiano ma al tempo stesso lo è in pieno. È un album di rock-blues alla Cream/Led Zeppelin/Creedence, è un disco di raptus orchestrali e strumentali che a loro modo guardavano al nascente progressive, è un disco concettuale molto coraggioso, privo di singoli forti da jukebox e da classifica. Ebbene, l'ascoltatore medio non crederebbe mai che Battisti sia stato capace di tutto ciò, eppure lo ha fatto e in altri dischi come Anima latina oserà anche di più. Questa è la prima grande difficoltà di approccio con Battisti: è l'emblema del pop ma al tempo stesso è stato il grande artigiano della musica di qualità, per cui ognuno ci trova quello che preferisce. Purtroppo i suoi primi successi con Un'avventura, Mi ritorni in mente, Dieci ragazze e Fiori rosa fiori di pesco hanno condizionato molto la percezione da parte degli ascoltatori (complice anche il perenne revival televisivo con le solite canzoni…), inoltre il non affrontare tematiche "impegnate" lo ha condannato per sempre, tant'è che ancora oggi la sua presunta visione politica destrorsa fa ancora discutere…
 
Davide
Colpisce l'urgenza di Battisti di comunicare, la sua partecipazione interpretativa. "Comunicare è più importante che cantare"… disse; e questo anche per chiuderla con le critiche mossegli in quel periodo da una Italia ancora melodrammatica, aulica, festivaliera e istituzionale, di non saper cioè cantare, di "avere una voce con i chiodi strangolati in gola" come disse qualcuno… La sua vocalità roca e inusuale fu tuttavia fondamentale e sdoganò tutto un altro modo di cantare, anzi di "urgere" e di comunicare col canto da una parte, e di ascoltare dall'altro… Cosa pensi di quella affermazione (Comunicare è più importante che cantare) rispetto invece a quella che è stata stigmatizzata come l'incomunicabilità del periodo con Panella…?
 
Donato
Ricordi la copertina del primo 45 giri di Battisti Per una lira? C'era lui di spalle, abbracciato ad una ragazza. Quella era un'evidente citazione di Bob Dylan, della famosa copertina di The Freewheelin'. Lucio amava Dylan, la black music dei suoi miti Sam & Dave, Ray Charles, Otis Redding e Wilson Pickett, il grande rock di Hendrix, Who, Cream e Led Zeppelin. Che cosa accomunava questi suoi ascolti  giovanili? La grande spontaneità, l'energia, il "perfezionismo dell'emozione", come mi raccontava Franz Di Cioccio, che ha visto per anni Lucio in studio. Battisti aveva questo in mente: offrire all'ascoltatore una rottura definitiva con il canto impostato, perbenista e ipocrita alla Claudio Villa e compagnia bella. In questo senso però non era isolato, poiché era un ragazzo che come tanti aveva altri orizzonti musicali rispetto alla canzonetta sanremese grazie al boom di Beatles, Rolling Stones e tutta la British Invasion, ma con una marcia in più, ovvero l'adorazione per la fisicità e la sensualità del rhythm & blues e del soul.
Lucio aveva un'urgenza espressiva che comunicava proprio con l'imperfezione (penso sia fuori discussione l'inconsistenza della sua voce, ma non la profonda emozionalità), e per interpretare i testi di Mogol - che raccontavano di quotidianità, di relazioni sentimentali in cambiamento, di prime istanze ambientaliste - non poteva non esprimersi con l'immediatezza. Cito con piacere il testo di uno dei brani del suo primo disco senza Mogol, il "misterioso" E già (1982, scritto con Velezia, ovvero sua moglie). Il brano è Registrazione, nel quale c'è un passaggio molto importante, quasi un manifesto programmatico, che recita:
"Ho sempre amato Jagger e gli Stones,
I Beatles un po' meno insieme ai Beach Boys,
forse perchè hanno il nome che comincia per B.
Da Paul McCartney ho imparato a cantare,
da Ray Charles ad emozionare,
da Dylan a dire quello che mi pare".
Dal 1986 con Don Giovanni, il primo disco con Panella, cambia tutto: Lucio si allontana sempre di più dal pop d'arte creato negli anni '70 e distrugge la sua musica per rifondarla. Nascono così gli album "bianchi" con Panella, che apprezzo molto ma non li paragono alla fase precedente perché si tratta di opere assolutamente opposte. Sono album all'insegna dell'incomunicabilità? A dire il vero non ne sono così convinto: sono dischi piuttosto difficili ad un primo ascolto poiché alla canzone con una sua forma e una sua struttura canonica Lucio ha sostituito una sua ipotesi di micro-suite con serrati cambi ritmici e soprattutto melodici, perfetti però per le liriche panelliane, complicate e astruse ma mai prive di significato e geniali invenzioni linguistiche ("Non penso quindi tu sei, questo mi conquista / Lartista non sono io, sono il suo fumista" è da antologia!). Ovvio che il pubblico di massa, che ha pianto ascoltando La canzone del sole e E penso a te, non abbia capito e addirittura abbia attaccato questa nuova direzione, ma ci vorrà del tempo, visto che si trattava di dischi all'avanguardia. Don Giovanni lo dimostra, è un disco essenziale che fa da spartiacque nella storia della musica leggera italiana.
 
Davide
Prima di questo disco, come ci ricordano anche i cavalli in copertina, ci fu la famosa cavalcata con Mogol dalla Brianza a Roma (che per altro sembrerebbe aver ispirato il film "Basilicata coast to coast"). In questo libro hai intervistato e raccolto testimonianze inedite e preziose di grandi artisti come Di Cioccio, Mussida, Radius, Baldan Bembo… E Mogol?
 
Donato
Basilicata coast to coast secondo me non è stato altro che uno spottone alla Regione, apprezzato al massimo da qualche radical chic di area slow food, quella cavalcata invece fu un'esperienza intima e profonda nata proprio dalla voglia di Mogol di confrontarsi con la natura e di staccare dalla routine del lavoro in Ricordi, che aveva assunto dei ritmi pazzeschi. Quell'esperienza ecologica fu molto utile e fornì una grande ispirazione a Battisti: la celebre Emozioni nacque, per esplicita ammissione degli autori, dai ricordi e dalle sensazioni della cavalcata, e così anche Amore e non amore, in particolare nei suoi brani strumentali con l'orchestra. Questa è una cosa importante: i lunghi titoli-haiku che Mogol scrisse per gli strumentali non sono che riflessioni sul rapporto tra l'uomo e la natura, un tema a lui molto caro che in alcuni casi (pensa al "fiume con i pesci vivi" e alla "Brianza velenosa" di Una giornata uggiosa…) diventerà anche più diretto.
Ho voluto intervistare i protagonisti del disco per avere testimonianze dirette sull'operazione: mentre Mogol ha ricordato con maggior frequenza il suo ruolo nell'opera, il suo rapporto con Lucio, la scelta anche della copertina, Di Cioccio e colleghi non si erano mai profondamente confrontati con una riflessione su Amore e non amore nel corso degli anni successivi. La cosa emozionante è stato vedere il ricordo comune di tutti, soprattutto di Dario Baldan Bembo e Giorgio Piazza, che non ascoltavano il disco da quarant'anni: Lucio Battisti era un musicista estremamente preparato, coraggioso, deciso, che però in studio volle la massima libertà e ricorse con frequenza all'improvvisazione. Quanti dischi oggi potrebbero nascere così?
 
Davide
Il tuo libro sta raccogliendo molti consensi anche dalla critica. Lucio Battisti ebbe sempre un rapporto difficile con la stampa e con il giornalismo musicale, ma sono certo che avrebbe apprezzato molto il tuo libro. Hai avuto qualche riscontro dalla famiglia?
 
Donato
Non sono in contatto con la famiglia e non so se abbiano avuto modo di leggerlo: in tutta onestà, siccome non mi sono mosso con intenti "gossippari" ma solo con la voglia di capire le motivazioni e i contenuti di un'opera, penso che Lucio avrebbe apprezzato o perlomeno compreso il mio obiettivo. Mi muovo sempre secondo il mio approccio giornalistico, analitico ed "ermeneutico", infatti molti critici hanno apprezzato il mio restare "dietro le quinte". Non poteva essere altrimenti: il mio ruolo è quello di interpretare un evento e di offrire al lettore un punto di vista, ovviamente motivato e documentato.
 
Davide
Quando hai iniziato a fare giornalismo musicale e cosa ti ha invogliato su questa strada?
 
Donato
Non vengo da una famiglia di musicisti o giornalisti, però fin dalla tenera età ho ascoltato musica e ho letto di musica, prevalentemente rock. Anni dopo, spinto dalla passione e con la sicurezza di avere finalmente qualcosa da dire, ho cominciato a scrivere, prima su diverse fanzine poi su Le vie della musica, che è stato per anni l'inserto musicale settimanale del Sannio quotidiano, il quotidiano di Benevento, la città in cui vivo. È stata una formidabile palestra con il giornalista Armin Viglione, che mi ha insegnato moltissimo, al quale penso di aver offerto un progetto giornalistico per niente provinciale, anzi aperto alle interviste a tutto tondo con artisti di fama nazionale e internazionale (penso a Joe Zawinul e Mauro Pagani, tanto per dirne un paio). Poi ci sono state – e ci sono tuttora! – due collaborazioni alle quali tengo moltissimo, la prima radiofonica, la seconda cartacea: dal 2007 conduco Rock City Nights, un contenitore rock sulle frequenze di Radio Città BN, e scrivo per Jam, uno dei principali mensili rock italiani.
 
Davide
Torniamo al disco… il concept di "Amore e non amore" è il rampantismo femminile post-sessantottino e la sottomissione maschile, lo spaesamento maschile che nasceva di conseguenza? Se l'amore più universale ed elevato è affidato agli strumentali, alle parole e al canto è affidato il "non amore"? Se è così, perché secondo te questa scelta di dare alla musica solo strumentale un significato ideale di volo sublime dell'amore senza consegnarlo mai alla voce e alle parole?
 
Donato
Amore e non amore, come pensavo da tempo e come ho scoperto grazie alle interviste e alle indagini, non è nato come un concept "fatto e finito", ma è stato un lp concettuale in itinere, non è stato pensato e realizzato in un colpo solo. Ciò significa che non c'è stata questa intenzione immediata ma passo dopo passo Lucio e Giulio hanno aggiunto degli elementi all'opera. Avevano innanzitutto una serie di canzoni di orientamento rock-blues registrate con i Quelli nella primavera del 1970: Dio mio no, Una, Se la mia pelle vuoi, Supermarket, Il tempo di morire, Insieme a te sto bene, Elena no e Le tre verità facevano parte di un unico blocco, dal quale poi furono isolate le prime quattro perché accomunate da un argomento, il maschio spaesato nei confronti di una donna rampante e disinibita. Dopo la cavalcata, la voglia di cimentarsi con l'orchestra in brani strumentali ebbe il sopravvento e vennero fuori delle nuove jam, alle quali poi fu sovrapposta l'orchestra. Rispettosi della doppia firma – proprio come Lennon/McCartney! – Mogol e Battisti decisero di restare insieme anche in questa esperienza e Rapetti scrisse quattro lunghissimi titoli, ispirati all'amore per la natura ma anche all'incomunicabilità. Con quattro pezzi da una parte e quattro dall'altra, fu facile intrecciare tutto e dare vita al concept. Mogol racconta che fu proprio lui a spingere Lucio a confrontarsi con la composizione strumentale e la direzione d'orchestra: in quel momento storico, in cui il rock raggiungeva vette notevolmente ambiziose come l'opera rock, Battisti sentiva di poter affrontare questa sfida. Se le canzoni simboleggiano il "non amore" del titolo, gli strumentali corrispondono all'amore: i due "tronconi" hanno però in comune la difficoltà relazionale, la crescente incapacità di comunicare, sia tra uomo e donna i cui ruoli sono capovolti, sia tra uomini e ambiente, sempre meno rispettato e conservato. Il succo del disco è in questo tema.
 
Davide
Questo è il disco che secondo te inizia la "assenza" di Battisti, che è una prima dichiarazione di assenza. Qui cominciano a diradarsi i rapporti con la stampa e si riducono al minimo le partecipazioni a radio e tivù e a tutto lo showbiz… Poi smetteranno del tutto. Qualcuno, sulla sua assenza, ci ha pure costruito una canzone, come hanno fatto tempo fa i B-Nario (…Battisti esisti o non esisti…?) Dal 1998 però ci manca anche di più. Ti è mai capitato di immaginare cosa Battisti avrebbe potuto fare in questi tredici anni dalla sua scomparsa?
 
Donato
Mi ha colpito una cosa che mi hanno raccontato sia Alberto Radius che Pietruccio Montalbetti: loro ricordano che Lucio era estremamente informato su tutte le novità musicali e aggiornatissimo, già dagli anni '60. In questo senso era un completista, maniacale e informatissimo. Questo suo stare al passo con i tempi è evidente anche nelle svolte musicali: basta confrontare il disco del '72 Umanamente uomo: il sogno con la svolta disco/funky di Una donna per amico; album come C.S.A.R. e Hegel risentono indubbiamente delle evoluzioni ritmiche di certa black music anni '90. Detto questo, credo che Lucio avrebbe proseguito nel suo aggiornamento compositivo e sonoro: sicuramente non avrebbe suonato post-rock, stoner o alt.country, però immagino che avrebbe alleggerito notevolmente la sua musica, fino a fermarsi del tutto. L'immagine che ho io – ovviamente fantasiosa e ipotetica - è di un Battisti sempre più isolato e impenetrabile tra laptop e silenzi, che scarnifica tutto fino all'inverosimile, lancia la sua musica verso l'alto e si ritira definitivamente.
 
Davide
Molto interessante il capitolo sulla censura in Italia. "Amore e non amore" di Battisti fu censurato su due fronti, per "Dio mio no" (presente la parola Dio in un contesto di canzone dai contenuti erotici e inequivocabili le grida strozzate e i gemiti verso la fine del brano). Ma anche per la copertina, con la donna nuda di spalle e il suo sedere, ora tagliato da scritte ora perfino braghettata. Per altro il rimando va subito a Two Virgins del 68… Beh, oggi le cose sono un po' cambiate, sebbene dipenda dai contesti. Per te che lavori in radio, se e come ti poni o ti viene posto o sottinteso il problema di scegliere e limitare ciò che diffondi? Che tipo di radio ti piace fare e che tipo radio ti piacerebbe ascoltare di più? 
 
Donato
Il capitolo sulla censura è il più divertente, anche nelle presentazioni che sto facendo vedo che il pubblico apprezza molto perché modi, tempi e dinamiche della temibile Commissione d'ascolto della Rai non sono affatto noti. Oltre a Dio, c'erano alcune parole vietate nella Rai dell'epoca: piedi, sudore, amante, membro, pigiama, letto, tutte quante legate da riferimenti sessuali più o meno evidenti. Dio mio no era talmente ricca di eros e trasgressione da non poter essere risparmiata! Però il successo del brano ci fu, nonostante la mancanza di promozione, e furono le migliaia di jukebox a fare la differenza.
La Commissione aveva il compito di valutare la trasmissibilità dei brani in radio e tv, e la sua mannaia è stata operativa fino alla riforma Rai del 1975. Oggi le cose sono diverse anche se perbenismo e moralismo sono diventati più striscianti e per niente assenti, anzi… Per quanto mi riguarda, come conduttore radiofonico mi ritengo molto fortunato: Radio Città BN è una gloriosa radio libera che trasmette in assoluta libertà ottima musica, le uniche limitazioni che ci poniamo sono relative alla qualità. È questa la radio che mi piace fare, senza costrizioni e con una formidabile bussola, quella della musica di qualità, sia italiana che internazionale. Non sono un grande ascoltatore di radio, però cerco di seguire la programmazione più stimolante: apprezzo molto il tipo di informazione di Radio 24 (ad es. alcune monografie su artisti e personaggi di cultura sono fatte molto bene) e anche le playlist notturne di Radio Capital, non interrotte dalla pubblicità e composte da ottima musica.
 
Davide
Nel 2007 nella ristampa digitale del disco è stato inserita un bonus track, Elena no, ultimo 45 giri credo per la Ricordi. La canzone è in fondo in linea con il concept dell'album, parla del maschio a cui è toccato di diventare ora un casalingo, un'appendice – come dici tu – di Se la mia pelle vuoi. E tuttavia, inserire una bonus-track in un concept-album, secondo te, non snatura le intenzioni originarie dell'artista, la sua volontà di aprire e chiudere il cerchio in quel solo modo originario? Cosa ne pensi di questa introduzione?
 
Donato
Spesso le case discografiche realizzano ristampe davvero poco rispettose delle intenzioni dell'autore e pessime dal punto di vista filologico, fatta salva qualche eccezione, mi viene in mente la Esoteric Records, che lavora bene da questo punto di vista a differenza della Sony BMG (penso alle recenti ristampe prog italiane, piuttosto raccogliticce, ma se vuoi anche al costosissimo cofanetto Con il nastro d'oro). Nell'edizione cd del 2007 Elena no fu inserita come bonus track: in generale l'aggiunta di altri brani alle ristampe di dischi concettuali è una forzatura, a meno che non ci sia un libretto che presenti i motivi dell'operazione, cosa che mancava in quella edizione. Nella "Mogol Edition" del 2010 invece Elena no non fu inserita: visto che le "Mogol Edition" contengono i commenti di Mogol per ogni brano, quella sarebbe stata una buona occasione per spiegare la divertente genesi del pezzo, che faceva parte del blocco di brani rock della primavera del 1970 e che purtroppo restò poco più che un provino, infatti si percepisce ancora la sensazione di incompiutezza del brano. 
 
Davide
Gli strumentali di Amore e non amore furono per Battisti la prima esperienza nella direzione d'orchestra nonché un modo di comunicare anche attraverso la musica strumentale in un paese, l'Italia, che aveva ancora (e forse ha ancora) il culto del canto. I quattro brani strumentali avevano titoli lunghissimi (così li aveva chiesti Battisti a Mogol per potercisi ispirare)… Qualcosa che forse era iniziata con un titolo altrettanto chilometrico in Ummagumma dei Pink Floyd… Ecco, nel libro si parla di svariate influenze dall'estero (Led Zeppelin, Cream, Otis Redding, Bob Dylan…) Gli strumentali invece potrebbero avere avuto un'influenza da Atom Heart Mother o comunque dai Pink Floyd? O da chi altri secondo te?
 
Donato
Quando per la prima volta ho parlato con Di Cioccio e Mussida in merito agli strumentali, loro li definirono "installazioni sonore", ovvero esperimenti piuttosto sperimentali, all'insegna di una grande libertà espressiva. Erano infatti il risultato di jam in studio, con i Quelli in splendida forma poiché abituati a quel tipo di sonorità un po' all'americana, con vaghe reminiscenze jazz-rock, ma anche alla Morricone, con grandi pieni orchestrali e sapori da colonna sonora. Se è vero che Amore e non amore fu il "disco degli sfizi" per Lucio, è anche vero che questi brani strumentali erano degli ideali contenitori di tante cose che Battisti aveva in mente e voleva realizzare senza pressioni. Considera che lui era un ascoltatore attentissimo, sicuramente avrà avuto tra le mani i dischi dei Pink Floyd (la mucca di Atom Heart Mother avrà sicuramente offerto qualche spunto per la copertina di Amore e non amore…) ma da questo punto di vista non credo abbia voluto emulare qualcuno: da musicista "puro" qual era, voleva semplicemente tentare la via strumentale e la direzione d'orchestra, le sue idee venivano poi completate grazie al live in studio con i Quelli. Il nucleo dei brani strumentali era però la melodia, come per quelli cantati: un "nocciolo" melodico che in studio si allargava fino a diventare jam, per poi planare verso la conclusione, proprio come farà anni dopo la PFM sui palchi, non solo quelli italiani.
 
Davide
Nel 1971 così come oggi l'ascoltatore medio non accomuna "Amore e non amore" alle produzioni di New Trolls, Osanna, Delirium, Trip, Orme, Rovescio della Medaglia… né consimili gruppi inglesi del progressive rock. Se "Amore o non  amore" sia stato uno dei primissimi dischi progressive in Italia non è dato infine di decidere, se non usando le parole di Alberto Radius: questo disco e Battisti sono progressive per l'apertura a diverse modalità espressive e per la volontà di allontanarsi dal tradizionale per "progredire" verso forme inesplorate… Il tuo libro ha per me un messaggio chiaro, anche se velato: quello che dice Radius, quello che dici anche tu di questo disco in particolare, in effetti dovrebbe essere lo spirito del progressive, invece cristallizzatosi, allora come oggi, in un genere manieristico, fatto sovente di imitazione di modelli del passato. C'è dunque più spirito progressive in "Amore e non amore" di quanto non ve ne sia in molto ben chiaramente definito progressive rock?
 
Donato
In linea di massima concordo con quello che dici ma bisogna porre dei paletti. Innanzitutto è vero che Amore e non amore condivide con i dischi progressive "puri e dichiarati" un simile approccio: lo slancio libero, la voglia di unire diverse anime, la scelta di dare voce e prevalenza ad un discorso strumentale, l'ispirazione concettuale, la presentazione del disco come "esperienza d'ascolto" quindi con la presenza di una copertina attinente. Queste sono caratteristiche tipiche del rock progressivo, ma Amore e non amore ferma qui il suo rapporto con il prog. Ho voluto dedicare a questo tema uno specifico paragrafo per fare chiarezza, poichè in numerose monografie battistiane ma anche in molti saggi sul prog italiano il disco viene considerato un lavoro progressive. Considerato che Battisti concepisce e registra il disco tra primavera ed estate del 1970, indubbiamente per la musica italiana lui è stato un anticipatore, poiché il fenomeno progressive attecchirà in pieno l'anno successivo, proprio quando sarà pubblicato Amore e non amore. personalmente non mi sento di considerarlo un disco prog, benché a questo genere esso sia affine.
Indubbiamente lo spirito autentico del progressive – come dice la parola stessa – è quello della progressione, dell'affrancarsi dagli steccati della forma-canzone e del veleggiare verso obiettivi sperimentali, unendo forme espressive e strutture compositive diverse, provenienti dalla musica classica, dal jazz, dall'acustico, dall'elettronica. Amore e non amore, per la sua freschezza, risulta indubbiamente più "progressivo" di tanti dischi prog di oggi, che ricalcano il canone diventando dunque parodistici e caricaturali. Aggiungo però che la premessa nella tua domanda è rischiosa: non tutto ciò che nasce da intenti e approcci "libertari" può essere considerato progressive, altrimenti rischiamo di far entrare nel "progressive per forza" dischi come Into the purple valley di Ry Cooder, If I could only remember my name di David Crosby o The shepherd's dog di Iron & Wine, tanto per fare al volo qualche nome.

Davide
Battisti-Panella (il periodo che io amo di più)… Si dice che i dischi cosiddetti "bianchi" stiano ricevendo sempre più interesse. In realtà (secondo me) continuano a essere molto amati da un certo tipo di pubblico raffinato e competente, quindi in modo abbastanza stabile ieri come oggi, ma che in fondo non siano ancora di massa,   né lo saranno mai. Si completa per altro in questi dischi la definitiva uscita (con risultati di suprema bellezza armonico-melodica) dalla struttura preconfezionata strofa-inciso-ritornello e coda o finale verso un libero "flusso di coscienza".  Ho letto però nell'introduzione del libro che anche tu ami particolarmente questo periodo di Battisti, se non di più…
 
Donato
Sicuramente non saranno mai dischi di massa perché non nacquero con obiettivo "popular" in senso stretto. Si trattava di operazioni sperimentali sia dal punto di vista musicale che letterario, anche se la centralità melodica tipicamente battistiana non mancava di certo. Penso a La sposa occidentale come a Hegel: è davvero difficile immaginare che questi album possano avere la stessa popolarità, anche postuma, di Il mio canto libero. Però è anche vero che, come ogni opera che non è in linea con i suoi tempi ma che procede spedita superando pubblico e critica, la produzione panelliana sta pian piano riemergendo in termini di riscoperta. Credo che la recente cover di Don Giovanni dei Vegetable G farà avvicinare molti ragazzi al disco dell'86, fondamentale anche se – a mio avviso – penalizzato da suoni poco attuali. Io adoro L'apparenza e C.S.A.R. ma non me la sento di dire che li preferisco al mogolbattisti degli anni '70, sono opere assolutamente imparagonabili. Mentre alla lunga la monotematicità mogoliana mi stanca (fatta salva qualche rara alzata d'ingegno al Rapetti è sempre mancato il genio…), della fase panelliana mi piace molto l'audace operazione linguistica, sulla quale Lucio ha innestato vere e proprie cascate melodiche in un contesto lontano anni luce dal pop.
 
Davide
Images, l'album "americano", non è stato il solo tentativo fatto da Battisti per farsi conoscere e apprezzare all'estero. Ricordo anche canzoni tradotte e cantate in spagnolo e in tedesco… Ci fu un periodo a metà degli anni '70 in cui puntò molto al pubblico estero. Il problema però non era solo la pronuncia, ma anche la musica di Battisti, difficile all'ascolto per l'americano e un po' meno per l'europeo medio di quegli anni. Almeno, così mi pare. Eppure Battisti è stato uno dei pochi nostri artisti che avrebbe dovuto avere il merito di vedersi riconoscere un successo internazionale. Cosa non ha funzionato secondo te?
 
Donato
Non ha funzionato un insieme di elementi, tra i quali il più importante è l'italianità battistiana. Facciamo qualche esempio. La PFM tra 1973 e 1975 ha avuto un discreto successo internazionale, merito di una formula musicale che abbinava un impianto anglofono e una musicalità spumeggiante e colorata tutta italiana: in un contesto rock, la Premiata ebbe una buona affermazione, parlando però un linguaggio prevalentemente strumentale e comunque di respiro internazionale. Attualmente cosa funziona all'estero? Al di là delle baglionate spagnoleggianti per il mercato ispanico, la Pausini, Bocelli e Zucchero oggi hanno un maggiore appeal perché restano profondamente italiani, vengono percepiti come qualcosa di quasi "esotico". Secondo me Images fallì proprio perché si cercò di andare troppo incontro al consenso internazionale, ma con un provincialismo di fondo, pensa alle traduzioni dei testi e alla pronuncia battistiana. Inoltre per avere successo in USA è necessario comprendere e conoscere le differenze del mercato americano, molto più vasto e complesso del nostro.
 
Davide
C'è una cosa che ricordo a proposito di David Bowie che, interrogato su quale musica italiana ascoltasse, rispose che, da buon romantico, conosceva bene solo quella di Battisti. Per altro pochi sanno che Bowie tradusse in inglese il testo di Music is Lethal (una versione di Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi)… e anche di "The empty bed" di Baglioni (Io me ne andrei)…  poi cantate da Mick Ronson… No, giusto per ricordare a un tot di italiani certe figuracce internazionali che ci facciamo quando non si ha rispetto e non si vuole ascoltare a prescindere e non si sa riconoscere la qualità di casa nostra solo perché si è prevenuti per chissà quale altro motivo… come in quell'8 settembre 1988 allo Stadio Comunale di Torino… Va beh, divagazione a parte… Mi son perso la domanda… Ah sì… A Baglioni e a Battisti si è contestato a lungo un presente e poi un passato di disimpegno politico, di canzoni d'amore e suppongo anche di successo commerciale (e qui mi viene in mente l'altra bestialità del processo a De Gregori)… Oggi però, da un estremo all'altro, la parola "politica" o "impegno" in musica è diventata impronunciabile… Cosa ne pensi?
 
Donato
Bisogna necessariamente calarsi nel contesto degli anni '70. Personalmente propendo per il concetto di "arte per l'arte", ma in un periodo storico in cui la musica era veicolo di cambiamenti sociali, in cui il movimento giovanile si orientava intorno a certi simboli e a certi valori, l'impegno politico, lo schierarsi, il "dire qualcosa" era necessario ed essenziale. Proprio per questo motivo, il non esporsi mogolbattistiano fu percepito come un male, ma altrettanto malefico fu il confinare in un ghetto una musica che invece aveva un valore incredibile, tant'è che ne parliamo ancora oggi, infatti molti barricaderi dell'epoca si sono pentiti e rivelano pubblicamente che all'epoca Battisti lo ascoltavano solo privatamente, di nascosto… Non credo che oggi la politica sia impronunciabile in musica, è che la musica ha perso il suo ruolo di riferimento centrale per il cambiamento della società. Indubbiamente viviamo un periodo storico singolare, in cui il crescente individualismo partito dagli anni '80 e dal post-riflusso ha condizionato gli attori di questo cambiamento, ovvero le giovani generazioni. Negli anni '70 avevamo gli Area, oggi Caparezza: penso che questo la dica lunga…
 
Davide
Per chiudere… Hai già in mente di lavorare a un nuovo libro? Su chi, su cosa ti vorresti dedicare?
 
Donato
Sai Davide, le idee sono sempre tantissime poiché per lavoro sono circondato dalla musica, però la traccia Battisti vorrei seguirla ancora, per cui appena possibile mi piacerebbe riprendere un filo rimasto sospeso. Tra l'altro mi sto cimentando anche con la narrativa, e stanno venendo fuori cose abbastanza carine, per cui non escludo un exploit in tal senso…
 
Davide
Grazie Donato e… à suivre.
 
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:: Davide Riccio
Davide Riccio, di Torino, educatore, musicista polistrumentista, compositore e giornalista. Ha collaborato con molti musicisti italiani e internazionali. Ha scritto poesie, racconti e saggi, che ha pubblicato su antologie e riviste sparse dal 1983 ad oggi (tra le ultime opere pubblicate “Il Musico David Rizzio” (biografia, ebook, 2006), “Povertssiment” (Genesi 2006), “Sversi” (Libellula, 2008), Neumi, cantus volat signa manent – La musica che lascia il segno (con cd di autori vari, Genesi-Into my Bed-Unamusica 2011). Dal 1998 è stato inquirente e articolista ufologo, copywriter in pubblicità e giornalista (il settimanale La Val Susa, il quotidiano Torino Sera, e il mensile Oblò di Livorno) occupandosi di cultura in genere e divulgazione.
 
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