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2011
1
Mag

Il paradosso delle bombe di pace in Libia

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In occasione della celebrazione della Domenica delle Palme[1] l'Arcivescovo di Milano, il Card. Dionigi Tettamanzi, si è chiesto in maniera molto addolorata «[...] perché ci sono uomini che fanno la guerra, ma non vogliono si definiscano come "guerra" le loro decisioni, le scelte e le azioni violente?», e questo medesimo interrogativo si sono posti e si continuano a porre molti uomini e donne di buona volontà, credenti e meno, da quando il Governo italiano, in spregio al dettato costituzionale dell'art. 11[2], ha intrapreso un'operazione militare che ha tutte le caratteristiche proprie di una guerra contro la Libia.
Ormai siamo abituati da tempo a missioni che vengono presentate all'opinione pubblica con la rassicurante qualifica "di pace" ma che, de facto, sono portatrici di morte e devastazione al pari delle più brutali, classiche e meno ipocrite "guerre" tout court: il Kossovo, l'Afganistan, l'Iraq, e ora la Libia. Maggioranze di centro-sinistra e di centro-destra unite in una prassi conforme.
Ma vediamo insieme alcuni caratteri della situazione attuale.
Sino a poco tempo fa, la Libia era annoverata tra i migliori partner dell'Italia[3] e ciò a prescindere dal fatto che, per anni, l'amministrazione USA avesse bollato il paese del colonnello Gheddafi come "stato canaglia" sottoponendolo ad ogni sorta di embargo. Ma si sa, "business is business" e quando in Europa cala l'inverno bisogna pur riscaldarsi.
E proprio per questo, sin dal 1959 l'italianissima ENI è presente in Libia per estrarre dal sottosuolo desertico della nostra ex-colonia gas naturale e petrolio da instradare verso il nord.
Dalla Libia arrivano in Italia circa il 10% del nostro fabbisogno nazionale di gas e il 38% di petrolio. Il nostro paese è il primo partner commerciale della Libia; seguono Germania, Francia e Spagna, quindi Cina, USA, Brasile e India, interessati soprattutto dalle ingenti riserve di greggio[4].
Con un rapido e semplice calcolo matematico, dunque, la nostra "amicizia" con la Libia vale, per il solo petrolio, quasi 11 miliardi di dollari l'anno! Un'amicizia sicuramente "interessata".
E allora possiamo capire per quale motivo, all'indomani dell'inizio delle ostilità in territorio libico e alla concomitante chiusura dei rubinetti che garantivano l'approvvigionamento di greggio all'Italia, il nostro governo abbia sollecitamente aperto un canale diretto con gli insorti riconoscendone la legittimazione a rappresentare gli "interessi" della nuova Libia (quali "interessi"? quale "nuova Libia"?), dichiarando poi nel giro di poche ore di essere disposti a inviare "consiglieri militari" e "formatori" per addestrare le milizie ribelli nonché a rifornirli di "sistemi balistici non-letali".
Per chiudere poi con la decisione di far partecipare anche i caccia della nostra aviazione ai bombardamenti, specificando però che «non saranno bombardamenti indiscriminati ma missioni con missili di precisione»[5].
Dunque, "sistemi balistici non-letali", vale a dire "armi non-armi", pistole ad acqua o fucili con il tappo di sughero, per cui, comunque, c'è bisogno di "consiglieri e istruttori militari", accompagnati da "missili non bombe": sicuramente un bel quadro per una missione umanitaria!
Il tutto in spregio di quell'art. 11 della Costituzione repubblicana che, tengo a ricordare, dichiara solennemente la scelta forte del "ripudio" della guerra da parte dell'Italia.
Ma, si obbietta, nel caso di specie siamo di fronte ad una crisi umanitaria e, quindi, i principi classici di autodeterminazione dei popoli e di non ingerenza negli affari interni[6] debbono cedere il passo al dovere di "ingerenza" umanitaria.
Di questo passo, per logica conseguenza, ci vedremo impegnati a breve in operazioni di "promozione della democrazia" in Siria e in Costa d'Avorio, poi magari in Venezuela e Indonesia, poi... qualcuno verrà a "promuovere la democrazia" in casa nostra!
Per concludere, tre insegnamenti offertici dall'attuale "caso Libia" su cui riflettere:
1.            se non l'avessimo ancora capito, "tutto ha un prezzo!", anche la nostra Costituzione. E l'art. 11 vale emblematicamente 11 miliardi di dollari l'anno. Stiamo però attenti perché ora il principio in gioco è la "pace", domani potrebbe essere qualche "libertà" o la stessa "democrazia", e ricchi Paperon de' Paperoni disposti a comprare simili beni sono sempre in agguato;
2.            il controllo dei flussi migratori si può attuare con gli strumenti più differenziati e moderni: visto che i respingimenti non sono "moralmente accettabili", meglio provvedere con "missili di precisione" prima che gli interessati stessi lascino i loro paesi. D'altronde è "meglio prevenire" che curare;
3.            da ultimo, ricordiamoci che forzare i cammini storici di popoli vicini geograficamente ma distanti anni luce dal punto di vista storico e culturale potrebbe, un giorno non troppo lontano, portare questi a chiedercene ragione, presentandoci il conto direttamente all'uscio di casa.
Facciamo tesoro di questo e, qualora ci trovassimo d'accordo, troviamo il coraggio di indignarci, alzare la mano davanti al potere e manifestare il nostro disappunto. Con fermezza, civiltà, intelligenza e, sempre, nel pieno rispetto dei principi democratici.
Allora, forse, avremo contribuito a compiere un ulteriore passo verso una migliore società umana.


[1] Cfr. http://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/pagine/00_PORTALE/2011/04_17_palme.pdf.
[2] Art. 11, Costituzione italiana: «L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».
[3] Cfr. dello stesso A., Trattato Italia-Libia: vecchi modelli per una nuova amicizia, in KultUnderground, n.164, 2009.
[4] Le riserve petrolifere libiche si calcolano in oltre 46 miliardi di barili, per una produzione di 77 milioni di tonnellate di petrolio all'anno che garantiscono 1,33 milioni di barili al giorno per un profitto di oltre 30 miliardi di dollari all'anno.
[5] Cfr. il Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, su http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-b67fa85a-5db7-44c0-9cb2-6f2bf71724a7.html.
[6] Cfr. art. 1 della Carta delle Nazioni Unite e art. 1 dei due Patti internazionali sui diritti civili e politici e sui diritti economici, sociali e culturali.
 
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:: Davide Caocci

Davide Caocci, nato a Milano nel 1972, si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università Cattolica e specializzato poi in Diritto internazionale, Diritto UE ed Economia. Ha lavorato tra Europa, America latina e Africa subsahariana come esperto di politiche europee e consulente per la cooperazione allo sviluppo. A questo ha sempre affiancato una ricca attività didattica in università italiane e straniere e una altrettanto ricca produzione di articoli sui fenomeni legati alla globalizzazione. Ora vive in Argentina, dall’altra parte del mondo. “Semel Scout Semper Scout”.

 
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