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Il borgomastro di Furnes – Georges Simenon

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Traduzione di Tea Turolla
Edizioni Adelphi
Narrativa romanzo
Collana gli Adelphi
Pagg. 227
ISBN 978884592758
Prezzo € 10,00
 
Non si può sfuggire al proprio destino
 
Joris Terlinck è il potente e temuto borgomastro di Furnes, un paese fiammingo. È un uomo venuto dal niente, di umile estrazione sociale, che è riuscito a farsi una posizione in modo poco chiaro e sicuramente non onesto, non proprio quello che ci si aspetterebbe da un individuo che atteggia la sua vita a una intransigente rettitudine. Ma si tratta solo di una facciata in un’esistenza segnata da una grettezza che tende a rendere Terlink un amorale, condotta in modo noioso, perché sempre uguale, senza autentici affetti, perfino fra le mura di casa in cui vegetano una moglie succube e malata, una figlia demente, perennemente segregata in una camera, e una domestica, che a suo tempo è stata l’amante del borgomastro. Tutto procede secondo un copione grigio e monotono, senza sussulti, ma è che è l’ideale per un uomo che vuole sancire la sua presenza come segno di potere, fino a quando in questo muro impenetrabile si apre una crepa. Ed è solo l’inizio, a un evento ne segue un altro, un altro ancora, e sarebbero l’occasione per dare una sterzata alla vita di Terlink, per farlo uscire per sempre da quella sua armatura volta a celare una corrosiva insoddisfazione che sfoga maltrattando gli altri. Ma l’uomo non coglierà l’occasione, non uscirà dal personaggio che si è costruito e la sua monotona vita tornerà a scorrere, come prima. E così rientrerà nel suo mondo, immutabile, in una commedia della vita di cui gli attori sono sì artefici, ma anche succubi. Non ci si può opporre al proprio destino, sembra dirci Simenon, così come, affinchè tutto funzioni alla perfezione, non si può mutare il proprio ruolo, e chi arriva a farlo, come Terlink, diventato da povero a ricco, deve più di tutti contribuire a che questo equilibrio non sia turbato, e lo può fare solo in un modo, vale a dire forzando la propria natura in un’esistenza di potere, ma anche di squallore.
È ancora una volta confermata la straordinaria abilità di Simenon di sondare in modo pressoché perfetto l’animo dei personaggi, la sua è una fine analisi psicologica che non finisce mai di stupire, ma se l’ambientazione e l’atmosfera sono rese  come sempre al meglio, quello che questa volta è invece criticabile è lo stile adottato, non quello fluente di tanti suoi romanzi, bensì una certa lentezza, accompagnata a volte da ripetitività, che appesantiscono non poco, rendendo la lettura meno piacevole del solito.
Comunque, non è che questa mia critica possa inficiare il valore dell’opera che è invece di tutto riguardo, anche se, purtroppo, questo romanzo si presenta meno avvincente di tanti altri del narratore belga.  
 
Georges Simenon, nato a Liegi nel 1903, morto a Losanna nel 1989, ha lasciato centonovantatre romanzi pubblicati sotto il suo nome e un numero imprecisato di romanzi e racconti pubblicati sotto pseudonimi, oltre a volumi di «dettature» e memorie. Il commissario Maigret è protagonista di 75 romanzi e 28 racconti, tutti pubblicati fra il 1931 e il 1972. Celebre in tutto il mondo, innanzitutto per le storie di Maigret, Simenon è anche, paradossalmente, un caso di «scrittore per scrittori». Da Henry Miller a Jean Pauhlan, da Faulkner a Cocteau, molti e disparati sono infatti gli autori che hanno riconosciuto in lui un maestro. Tra questi, André Gide: «Considero Simenon un grande romanziere, forse il più grande e il più autentico che la letteratura francese abbia oggi»; Walter Benjamin: «… leggo ogni nuovo romanzo di Simenon»; Louis-Ferdinand Céline: «Ci sono scrittori che ammiro moltissimo: il Simenon dei Pitard, per esempio, bisognerebbe parlarne tutti i giorni».

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