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2015
25
Mar

Cina e America latina: il modello di alleanza 1-3-6

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«Non abbiamo bisogno di niente. Possediamo già tutto»
(Chien Lung, imperatore cinese, respingendo le offerte di collaborazione commerciale dell’Inghilterra nel 1793)
 
Sono trascorsi secoli da quando Marco Polo (1254-1324) lasciò la sua Venezia per raggiungere le terre del Gran Khan e Cristoforo Colombo (1451-1506) sbarcò “per sbaglio” in un nuovo continente convinto di essere arrivato nelle Indie, ed oggi la Cina conquista il mondo, regione dopo regione, senza colpo ferire, senza sbagliare ma con costanza e metodicità.
 
Il quadro dei rapporti tra America latina e Cina
Tra il 2000 e il 2013, gli scambi di merci tra i paesi dell’America latina e Caraibi e la Cina è aumentato di 22 volte: da poco più di 12.000 milioni di dollari a quasi 275.000 milioni.
Se il commercio bilaterale continuerà a crescere nei prossimi anni con la stessa velocità media registrata tra il 2010 e il 2013 (12% annuo), nel 2019 potrà superare i 500.000 milioni. Se, invece, si dovesse attestare sul ritmo dell’ultimo anno (6%), tale obiettivo sarà raggiunto tra il 2023 e il 2024.
Nello stesso periodo, la partecipazione della Cina nelle esportazioni regionali è salito dal 1% al 10%, mentre la sua quota nelle importazioni è salito da poco più del 2% al 16%. In questo modo, nel 2014, la Cina ha soppiantato l’Unione Europea come secondo maggiore mercato per le esportazioni di America latina e Caraibi, mentre già nel 2010 era divenuto il secondo partner per le importazioni.
Nonostante questo, la maggior parte della regione ha un forte disavanzo economico nella bilancia commerciale con la Cina.
Il paniere delle esportazioni è poco sofisticato: nel 2013, i prodotti primari hanno rappresentato il 73% delle esportazioni della regione verso la Cina, contro il 41% verso il resto del mondo. Al contrario, le produzioni a bassa, media e alta tecnologia rappresentavano solo il 6% delle esportazioni verso la Cina, contro il 42% verso il resto del mondo. L’opposto si verifica nel caso delle importazioni: le produzione tecnologiche, nel 2013, rappresentavano il 91% delle importazioni regionali dalla Cina, e solo il 69% delle importazioni dal mondo. In altre parole, gli scambi tra la regione e la Cina sono marcatamente interindustriali: materie prime contro prodotti finiti.
Coerentemente con l’osservazione precedente, per tutti i paesi della regione (escluso il Messico) cinque prodotti principali rappresentato l’80% o più del valore totale delle esportazioni verso la Cina. Tra i prodotti primari esportati, si registrano petrolio, ferro, rame, soia, rottami ferrosi, farina di pesce, legno e zucchero. Con l’eccezione dei prodotti della catena della soia, la presenza di prodotti agricoli e agro-industriali è ancora molto bassa.
Discorso analogo deve essere fatto per gli investimenti diretti esteri (IDE) della Cina in America latina e Caraibi: molto limitati sino al 2010, sono aumentati in modo significativo negli ultimi cinque anni. Dal 1990 al 2010, si stimano circa 7.000 miliardi di dollari di IDE cinesi; nel solo 2010, invece, si arrivò a circa 14.000 milioni, pari all’11% degli IDE totali ricevuti dalla regione.
A onor del vero, si deve osservare che i dati ufficiali non riescono a cogliere la reale portata di questi investimenti per la consuetudine degli investitori cinesi di incanalare la maggior parte dei loro interventi attraverso paesi terzi.
Dal punto di vista della Cina, l’America latina è principalmente un produttore di materie prime, e questo si evince dalla ripartizione degli IDE: quasi il 90% degli investimenti è andato al settore delle risorse naturali, che rappresentava solo il 25% degli IDE totali che la regione ha ricevuto dal mondo. Per petrolio e gas, la Cina è tra i più importanti investitori stranieri in Argentina, Brasile, Colombia, Ecuador, Perù e Venezuela. Nel settore minerario, la Cina ha concentrato i suoi investimenti in Perù e, in misura minore, in Brasile.
Per quanto riguarda gli IDE, due sono le maggiori sfide nei rapporti tra Cina e la regione: la prima riguarda l’importanza della Cina tra gli investitori, sicuramente importante ma non ancora tra i più grandi; la seconda è data dalla necessità di diversificare i settori di investimento, oltre alle industrie estrattive, in produzione, servizi e infrastrutture.
Sicuramente, il progetto partito nello scorso mese di dicembre del canale transoceanico che taglierà il Nicaragua permettendo di congiungere l’Atlantico e il Pacifico e che prevede investimenti cinesi per 50.000 milioni di dollari offrirà un nuovo impulso a ridefinire simili equilibri.
 
La strategia 1-3-6
In questo quadro, ha suscitato un grande interesse la celebrazione, nello scorso mese di gennaio a Pechino, del primo Foro tra la Comunità degli Stati dell’America latina e dei Caraibi riuniti nella CELAC e Cina.
Fondamentali per i Paesi della regione sono risultati essere l’avvio di una forte diversificazione delle esportazioni dalla regione verso la Cina e il perseguimento di bilance commerciali più equilibrate; la diversificazione degli investimenti cinesi nei Paesi dell’area; l’implementazione di IDE di investitori pubblici e privati latini e caraibici in Cina; l’appoggio a programmi di mobilità delle persone tra Cina e la regione; la creazione di molteplici centri per la promozione dei rapporti bilaterali, tra cui un Centro regionale per la facilitazione degli scambi commerciali e degli investimenti con sede a Pechino.
La Cina è giunta in America latina e nei Caraibi per rimanerci, come in qualsiasi altra regione del mondo, e ciò è stato ribadito e formalizzato nel Piano di Cooperazione 2015-2019[1] che in quattordici paragrafi tocca tutti gli ambiti di collaborazione multi-bilaterale: dalla cooperazione politica e sicurezza alle relazioni internazionali; dal settore del commercio, degli investimenti e della finanza alle infrastrutture e trasporti; dall’energia e risorse naturali all’agricoltura; dai settori di industria, scienza e tecnologia, aviazione e aerospazio a quelli dell’educazione e formazione delle risorse umane; dalla cultura e sport alla stampa, mezzi di comunicazione e pubblicità; dal turismo alla protezione dell’ambiente, gestione del rischio e prevenzione dei disastri, sradicamento della povertà e salute; sino al capitolo sull’amicizia tra i popoli e la possibilità di implementare le iniziative previste o di aderirvi in piena e completa libertà.
In definitiva un programma all inclusive ma total friendly al quale si può partecipare o meno a seconda dei propri interessi e possibilità.
Emblematica sintesi del documento è la Strategia “1-3-6”.
1-3-6 perché unico (1) è il piano che si intende attuare per l’intera regione latino americana e caraibica, con l’obiettivo dichiarato di perseguire un obiettivo inclusivo e sostenibile nell’ottica della cooperazione Sud-Sud e con grande attenzione ai partner più deboli; simile piattaforma troverà attuazione attraverso i tre (3) motori di cooperazione regionale considerati chiave, quali il commercio bilaterale, gli investimenti diretti e la cooperazione finanziaria. A tale proposito, Pechino ha annunciato di voler portare a 500.000 milioni di dollari il valore degli scambi e a 250.000 milioni gli IDE. Interessante anche la proposta di promuovere nuovi sistemi di pagamento in valuta locale (in primis, renminbi, la moneta cinese).
Le aree prioritarie individuate, invece, sono 6: energia e risorse naturali (area già molto sviluppata); infrastrutture (con il canale mesoamericano, treni veloci e nuove reti stradali); agricoltura (per il grande e crescente bisogno di Pechino); industria (da declinare e specificare ulteriormente); innovazione (di prodotto, di processo, sociale e culturale); ICT.
 
Le sfide future
Il futuro, però, comporta sfide impegnative a cui è doveroso prestare attenzione.
I rapporti tra Cina e America latina e Caraibi devono maturare in molte direzioni: Pechino rappresenta per tutti un partner economico e commerciale più che rilevante ed è quindi urgente unire gli sforzi nazionali e regionali per definire programmi d’azione concertati ove le iniziative unilaterali vengano superate ed entrino in prospettive più ampie.
Per questo è necessario arrivare a disegnare un quadro di sviluppo per politiche comuni di alto livello, che giungere ad un futuro vertice Cina-America latina e Caraibi, per l’avvio di relazioni quali quelle esistenti tra Cina e Asean, Unione Europea, Unione Africana o mondo arabo.
In un tale contesto, la difficoltà maggiore per i Paesi della regione e più che altro di carattere interno: superare gli egoismi e le rivalità per giungere alla definizione di comuni strategie e collegare le esigenze di innovazione e competitività ai set di strumenti economici (finanziari e commerciali) e politici per il rafforzamento delle relazioni con la Cina al fine di perseguire un miglior risultato per tutti, non è un’impresa facile!
Sono e saranno indispensabili politiche attive che promuovano progressi nei settori della produttività, dell’innovazione, delle infrastrutture, dei trasporti, della logistica e delle risorse umane: ma solo una agenda di respiro regionale potrà offrire strumenti efficaci e performanti.
La partita è aperta: i Paesi di America latina e Caraibi sono consapevoli dell’impegno richiesto e dei cospicui risultati che potrebbero raggiungere. Vedremo dove potranno arrivare insieme!
 
 
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:: Davide Caocci

Davide Caocci, nato a Milano nel 1972, si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università Cattolica e specializzato poi in Diritto internazionale, Diritto UE ed Economia. Ha lavorato tra Europa, America latina e Africa subsahariana come esperto di politiche europee e consulente per la cooperazione allo sviluppo. A questo ha sempre affiancato una ricca attività didattica in università italiane e straniere e una altrettanto ricca produzione di articoli sui fenomeni legati alla globalizzazione. Ora vive in Argentina, dall’altra parte del mondo. “Semel Scout Semper Scout”.

 
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