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2014
6
Apr

Intervista con Gianluca Zenone

media 4.5 dopo 2 voti
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MURDER – TAFONOMIA
 
Il Progetto Tafonomia si divide in più parti:
Video
Audio
Visual
Fotografia
Performance
 
Sedimentazione
Novembre
Resistenza
Diagenesi
Memoria
Tafonomia
 
 
Link a una precedente intervista
 

Davide
Ciao Gianluca. Parliamo questa volta di Tafonomia, che potremmo definire un album video-disco, musiche di Murder ovvero Sheson Delay & Carlo Marrone, video, art-work e design tuoi. 
Innanzi tutto parlaci un po' di loro e del loro progetto multisensoriale in continua evoluzione.

Gianluca
Ciao Davide, hai detto bene sì Tafonomia si può quasi definire un disco visivo, dato che racchiude una sorta di greatest-hits dell’esperienza in musica murderiana, con in più due inediti mai usciti su disco.
Ma per illustrarti il mondo Murder voglio raccontarti il nostro incontro:
Anni fa ero a Bologna e un caro amico mi disse “Stasera conoscerai una persona meravigliosa”. Era Carlo Marrone. Eravamo in un locale alternativo per un aperitivo e quando arrivò ricordo che prima ancora di salutare espresse la sua disapprovazione per il luogo, vomitandoci addosso un nichilismo sofisticato con una tale eleganza e semplicità che non si poteva non restare lì a sentirlo senza sentirsi in colpa. In un battito di ciglia eravamo tutti rapiti dalla sua saggezza, ovviamente teletrasportati fuori dal localetto alternativo. Mi sono detto: Hey, lui sì che è sincero, non come i soliti … Andammo a sentire un duo: percussioni e sax elettrificato, in questo locale dove c'era anche una mostra di una pittrice di cui ammiro molto l’opera e che ha collaborato in passato con Murder: Ester Grossi. Poi in serata arrivò Sheson Delay e ricordo che era accompagnata da un particolare alone energetico. Sembrava una diva di altri tempi. Testa alta, occhiali da sole di sera, una specie di mantella che sembrava abbracciare tutto il locale. Una Dea da palcoscenico insomma. Durante quella serata mi sembrava di essere in un film di David Lynch. Ebbi così modo di osservare per la prima volta i Murder, in silenzio, ammirato. Qualcosa era accaduto dentro di me e credo anche dentro di loro. Ci eravamo riconosciuti.
Da quando conosco i Murder non si sono mai ripetuti. Hanno sperimentato diverse forme e linguaggi, mutando e reincarnandosi, morendo e risorgendo. Sono un progetto non una band. Sono interessati come me al percorso e alla ricerca e non tanto al prodotto finito che rimane come testamento più che come mero mezzo di mercificazione. Scherzavamo sul fatto che Tafonomia poteva essere la morte di Murder essendo un progetto che indaga la morte, la resistenza e la memoria, e che sarebbe stato strano fare uscire un'opera per dichiararne la morte.
Ma poi la morte non è niente altro che l'inizio di un nuovo ciclo di trasformazione, quindi aspettiamo la prossima reincarnazione di Murder. Per il momento Tafonomia rimane il loro fossile.
 
Davide
Com'è nata questa vostra collaborazione, com'è nata l'idea in particolare di questo lavoro e cosa significa
la tafonomia della vostra opera in quanto scienza che studia la formazione dei fossili?
Qual'è il fulcro di quest'opera? 
 
Gianluca
Per quanto riguarda la genesi del progetto, ho risposto a questa domanda a un’intervista precedente curata da Francesca Ancona, e mi piacerebbe riportarti alcuni passi perché risposi di getto in un modo che rende perfettamente ciò che accadde. Non saprei raccontarlo meglio di così, anche perché è proprio tafonomico quello che scrissi:
 “Ricordo un’estate in cui mi arrivò il disco di “Why?”. Aprì il pacchetto e curioso inserì il cd all’interno della macchina. Il laser cominciò a leggere i solchi digitali e io per tutta la durata del disco rimasi inevitabilmente immerso in acque piacevoli. Faceva caldo poco prima di “Pills” e c’era un sole di distruzione. Ma con “Fur” si avvicinava la brezza del tramonto accompagnata da nuvole che minacciavano una pioggia salvifica. Quando cominciarono a cadere lacrime leggere dal cielo, mi accorsi che l’atmosfera intorno a me era mutata, e mentre le gocce di sulvere accarezzavano la terra, ebbi una visione da sveglio: Una figura femminile, una divinità ctonia che (in una notte di fresco bosco nordico) dialogava con la luna attraverso l’elettricità scaturita dalle sue mani.”
Questa immagine ha dato il via a quello che è nato come un videoclip ma si è trasformato in un video più complesso che non riesco nemmeno a definire. Il senso di quella visione è racchiuso nei 39’49” [3+9+4+9= 25, 2+5= 7. Sette è il numero]di Tafonomia. Così raccontai loro la visione che avevo avuto. Quella sera vi era una chimica strana nell’aria e avevamo già creato tutta l’opera. Il resto erano solo dettagli concreti relegati a questa dimensione terrena e concreta con tutte le sue fasi di gestazione. Infatti tempo dopo mi chiamarono per realizzare il videoclip di “Why?” ma non sapevamo ancora che i 5 (anche 5 è il numero) giorni di set ci avrebbero donato materiale utile per realizzare un micro film digitale. Grazie a loro ho potuto passare un anno della mia vita a fare ricerca. Non è da tutti lasciare tanta libertà, solitamente le persone hanno paura, sono irrisolte e per questo muovono sul giudizio e sul controllo. Non so come non mi abbiano mandato al diavolo, con tutti i cambi e i non metodi a cui li ho “sottoposti”. Anzi lo so: ci amiamo, ecco perché. Alchimia pura, Sincerità, Anarchia e Sincronicità sono state le basi. Abbiamo seguito un flusso e abbiamo fatto un percorso. Il risultato? La solita roba che vedranno in pochi, ma con la quale abbiamo creato energia.
 
Ecco che pian piano sono usciti gli inediti Vieni con Me e Triceratops, contenuti nell’opera. Così Carlo Marrone riconobbe nella ricerca che stavo sviluppando, grazie alla loro energia, un progetto Murder fermo da tempo che è stato riaperto per l'occasione: Tafonomia per l'appunto.
Io avevo la necessità di indagare il simbolo,  il mezzo digitale e di interrogarmi sul senso di quello che stavo facendo. Domani, quando sarò morto, il segno generato dal simbolo di quest’opera quale sarà, a cosa servirà e cosa genererà?.
Mentre loro improntavano la ricerca sulla memoria di certe civiltà primitive a impostazione matrifocale e ovviamente sulla resistenza fossile, il tutto accomunato dal credo anarchico e cosmogonico e dall'amore verso una certa sottocultura industrial (intendo il movimento culturale inglese e non quello che ne è de-generato dopo).
 
Ecco che è venuta fuori un’opera che parla di neuromanzia. Abbiamo coniato questo termine seguendo la suggestione di William Gibson e del suo Neuromante. Anche se Gibson parlava di connessione tra la mente e il cyberspazio. Noi la intendiamo un po’ diversamente e andiamo oltre la fantascienza. La nostra opera è più prettamente mistica, ma anche moderna e quindi la neuromanzia è per me l'arte di predire il futuro attraverso la traduzione in immagini e suoni multimediali, mediati da una macchina, di pensieri generati dalla corteccia durante il sonno in veglia e non.
Quindi un’opera ipnagogica e cyberpunk in questo senso.
 
Per realizzare quest’opera abbiamo tentato di muoverci su altri piani, rispetto ai soliti canonici, sperimentando il linguaggio e cercando di lasciar libera l’espressione e l’intuito, collegandoci per così dire “telepaticamente” con la macchina. Sul set facevamo visualizzazioni e regressioni guidate prima di girare. Abbiamo cercato di andare oltre, per catturare l’invisibile. Ho lasciato che la macchina si esprimesse poi durante il montaggio, spingendo oltre sia l’editing che la post produzione. Sono stato guidato dai sogni, guardando la luna sorgere ogni sera e “sentendo” le sue radiazioni che mi hanno reso medium con la macchina stessa. Ho dialogato con lei attraverso un linguaggio che abbiamo dimenticato da secoli, credo. Giocando con il simbolo e riempiendo l’opera di elementi, ma senza sapere a quale materia saremmo giunti. Concordo con Tommaso D’Aquino  quando dice “non capisce nulla l’uomo che vuole realizzare la trasmutazione per avidità (…)”. Abbiamo tentato di annientare la cultura, distruggere l’arte, sminuire il canone estetico, venerando l’errore e la diversità del pixel, lasciando che il mezzo si esprimesse nella sua identità. Pur mantenendo una memoria storica di ciò che siamo. Sarebbe assurdo rifiutare di “essere” e da lì che si parte. Altrimenti torneremmo ad essere semplicemente atomi nella materia. Per ora in questa forma fisica fatta di carne, necessitiamo di sperimentazione.
 
Possiamo considerare Tafonomia un’opera politica in un certo senso.
Immagina il movimento del PIXEL SCHWARZER BLOC che rivendica l’antispecismo nel, per e del pixel.
Tafonomia infatti è un’opera antispecista che parla di morte del pixel e della memoria dello stesso.
Scienza e religione, filosofia e mito, conoscenza e intuito, questi gli ingredienti della ricetta perfetta per generare un nuovo simbolo. Abbiamo preso tutte queste suggestioni  e infornate, tentando di ricreare dei fossili digitali.
Tutto questo senza troppa etica, morale, ma casomai con un sano cinismo grottesco che ci ha spinti verso un percorso ludicamente profondo e pieno di emozioni. Alla ricerca della verità in un oceano di menzogne.
 
La tafonomia della nostra opera? Un semplice rito per permettere ai nostri doppelgaenger ctonici di risorgere.
Un po' come sotterrarsi vivi per pulirsi dalle energie negative. Nulla di più semplice.
Il fulcro di quest'opera? La morte, la resistenza, la memoria e quindi l'amore.
 
Davide
Cosa pensi della fotografia surrealista di Robert & Shana Parke-Harrison o dell’arte iper(sur)realista di Ray Caesar e che rapporto c’è secondo te tra la fotografia (e la tua in particolare) e ciò che non si potrà mai vedere e fotografare come l’inconscio degli uomini e tutto ciò che sta oltre l’esperienza tangibile?
 
Gianluca
Ritengo che l’opera di Robert & Shana Parke-Harrison abbia tra le estetiche più accattivanti della fotografia contemporanea. Osservando la loro opera sento una ricerca fedele e coerente che ha un’ascendente positivo sulla mia sensibilità visiva. Ma parliamo di gusto estetico sempre e comunque. Forse l’arte dovrebbe bruciare anche questi canoni per risorgere come una fenice. Penso che la loro opera sia per così dire troppo “facile”. Ma non posso non adorarla.
Ray Caesar è quanto di più erotico ed eccitante ci possa essere nel porno dei nostri tempi (faccio distinzione tra porno e pornografia - non ho la malizia del corpo o dell‘esplicito - ma ritengo che la pubblicità, i talkshow e i telegiornali siano quanto di più pornografico ci possa essere nella nostra cultura). Per Caesar parlo di quel porno mascherato d’arte, che segue le regole del mercato, ci ammalia con l’estetica accattivante, fa tendenza e ci fa cliccare “mi piace” ma oltre a farcelo venire duro non so se sia necessario. Anche nel porno c’è di meglio. Forse i colori e le forme dei suoi personaggi in contrasto con le sue iconografie rendono la sua opera interessante.
Ma mi chiedo cosa rimanga in fondo di tutto questo.
I fotografi e pittori di oggi o riempiono di patina estetica anestetizzante la pornografia mercificatoria che ci vogliono vendere come cibo non velenoso con l’inganno, oppure giocano con il proprio retaggio tastando a casaccio finché non trovano delle soluzioni carine, o peggio ancora annoiano con questo senso di iper-realtà neo-realista che è quanto di più ipocrita ci possa essere nell’arte. Raramente trovo sincerità nello scatto o nella pennellata e il misticismo che lega l’esperienza “fisica” (qui parlo di luce) a quella dell’esperienza. Per me la fotografia nasce con Louis Jacques Mandé Daguerre passando per Eadweard Muybridge e muore con Francesca Woodman, la pittura nasce con il segno nelle caverne e muore con il graffitismo. Oggi Dipingiamo con i mouse usando monitor come tele. La maggior parte dell’arte contemporanea è canone estetico o esercizio di stile. Ci sono cose molto più interessanti tra gli sconosciuti o tra i non artisti che celebrano l‘autoscatto diventando appunto porno, pornografia o simbolo inconsapevolmente.
 
Non posso considerarmi un fotografo, perché ad esempio in Tafonomia tutti gli scatti sono stati estrapolati dal video e poi trattati. Mi interessavano i passaggi, la fossilizzazione digitale e la memoria appunto. La tecnica mi appartiene poco e comunque deve sempre essere finalizzata al percorso, a scapito dell’idea canonica di “bello”.
Infatti spesso vengo accusato di non essere professionale o “commerciale” e in effetti non sono un professionista.
Ho studiato fotografia con l’analogico, stampavo a scuola in camera oscura e mi piaceva l’odore degli acidi, ma sperimentavo le tecniche ottenendo voti scarsi e risultati eccezionali per la mia ricerca. Non potrei mai farlo di professione. Diciamo che mi considero un osservatore e uno sperimentatore e per questo ho scoperto un mio canone personale di bellezza.
L’inconscio degli uomini si può fotografare secondo me. Fotografando bendati, muovendo una fotocamera da seimila euro a caso scattando quando “sentiamo”, ad esempio; senza regole o tecniche che ci portino lontani dalla verità. Giocando senza seguire nessun criterio se non quello della sincronicità. Cogliendo delle sensazioni e intrappolandole senza malizia, con sincerità. Poi l’osservatore che vorrà fruire l’opera generata da tale non-processo, dovrà ovviamente abbandonare tutti i suoi preconcetti per specchiarsi in quell’ignoto e cercare se vorrà se stesso.
La foto, lo schermo, e in generale tutta l’arte, sono lo specchio dell’inconscio di chi guarda.
Sono un po’ stufo di tutti quelli che per apprezzare o no il mio lavoro devono appellarsi a paragoni.
La misura che mettiamo sul controllo sensoriale ci impedisce di guardare oltre, ci limita la visione universale.
Ci sono particelle di materia invisibile ad occhio nudo ovunque intorno a noi, che aspettano solo di essere fotografate. Siamo noi a fissare i limiti. Dovremmo abbattere un po’ di barriere per cominciare a usare un mezzo potente come la fotografia. Si sta parlando della risultante derivata da uno strumento che è in grado di catturare fotoni di luce.
Non è proprio una cosa da poco. E’ inevitabile che sia il mio inconscio a fotografare e di conseguenza è inevitabile che i risultati di questi scatti parlino per massi sistemi all’inconscio collettivo. La mia “fotografia” il più delle volte è intuitiva, casuale o causale ma è anche teleologica e soprattutto neuromantica.
 
Davide
Cercando il senso della vita, strato dopo strato e più oltre...per farci cosa?
 
Gianluca
Amare, amare, amare e ancora amare. A-mare...
lo sapevi che alcune interpretazioni dell'etimologia del termine A-mare lo interpretano come: Assenza di Morte?
Quindi riassumo: per farci cosa? Prepararsi a morire...per rinascere e di nuovo morire e rinascere ancora.
L'ouroboros, hai presente no?
 
Davide
Cos'è la razionalità per te e perché serve superarla attraverso l'arte?
 
Gianluca
Ci metto tutta la buona volontà a fare risposte brevi. Ma con queste domande così profonde mi viene difficile.
Mi devi perdonare lettore distratto, occasionale che corre sui vari social con la mania compulsiva  da tossicodipendente
del "mi piace" senza nemmeno aver "visto". Amen, anche questa è responsabilità d'artista.
 
L'Arte non dovrebbe occuparsi di altro se non del simbolo. E se non vi suona allora dovremmo ricollocare il termine  “arte” assegnandogli un nuovo o molteplici significati. Dovremmo farlo con tutto il vocabolario in verità.
“L’Arte Alchemica si conquista con la conoscenza interiore e con l’intuizione. Nessuna comunicazione dall’esterno può sostituire l’illuminazione che nasce dalla fusione spirituale di soggetto e oggetto, di uomo e natura.”
Così ci introduce Paolo Cortesi a un trattato sull’alchimia medioevale, ma se ci pensi non cambia molto dal procedimento alchemico a quello creativo. L’Arte va “estratta” come la materia dal simbolo. L’Arte è dialogo che sfrutta la comunicazione del segno per palesarsi nella sua metafora di archetipo, fiaba, leggenda, mito. Cortesi continua: “L’alchimista (e io sostituisco l’artista) dovrebbe ignorare il dualismo cartesiano di materia e spirito, e dovrebbe conoscere solo un organismo vivente: la natura.”
La razionalità è solo un aspetto della realtà, ovvero la dimensione in cui siamo costretti a scendere a patti con il mondo in cui viviamo tutti i giorni. Un mondo in cui la società è in mano a istituzioni kafkiane e corrotte in un sistema manipolatorio e decisionale che affonda le radici del virus nelle menti della gente, facendo proprio leva sulla razionalità. Il raziocinio ci dice: scendi a compromessi per guadagnarti la libertà; per farlo intanto devi vivere,  per vivere devi mangiare, per mangiare devi consumare, per consumare devi spendere, per spendere devi guadagnare,  per guadagnare devi lavorare, per lavorare devi scendere a patti con il raziocino, ovvero il compromesso:  la libertà individuale. Tutto questo viene fatto considerando che nasciamo consumatori e da qui non c’è via di scampo, è la nostra natura. Ma che per consumare i prodotti della terra o sfruttare energie libere, ad esempio, dobbiamo pagare delle multinazionali è altra faccenda. Nasciamo consumatori, ma non alienati e drogati dal sistema. Questa è pura e semplice corruzione e manipolazione. Tutto questo si riflette dall’individuo sul piccolo gruppo e in larga scala sulla società consumistica in cui ci stiamo decomponendo piano piano. La razionalità ci allontana dall’intuito e dalla conoscenza. Abbiamo impigrito a tal punto la nostra mente che ora vuole solo strafocarsi di ignoranza collettiva e gioire di tale decadenza. E così stiamo facendo morire di fame la nostra identità culturale, sporcando l'arte di spazzatura senza approfondire il simbolo e dimenticando che un giorno questa monnezza qualcuno dovrà smaltirla. Siamo troppo egotici per accettare che abbiamo sbagliato. Il simbolo va lasciato libero, che è quello che dovremmo avere le palle di fare proprio con i nostri figli, ovvero l‘arte.
Libertà e mutazione del simbolo senza giudizio o pregiudizio. Morte della cultura, morte del simbolo, morte del pixel. Di questo parla Tafonomia: è ora di morire, ci stiamo attaccando alla vita con un accanimento tale che lo trovo di un egoismo rivoltante. Stiamo riempiendo il mondo di opinioni tedianti infarcite di assolutismi che generano ignoranza.
Come uscirne? Attraverso l’Arte, che però deve essere ripulita per generare cultura e annientare la razionalità, altrimenti continueremo a disinformare mascherando la creazione (quando pura) e la menzogna (quando in malafede) con un'idea oggettiva  della realtà. Un'assurdità secondo me. Dovremmo avere il coraggio di bruciare i simulacri, distruggere gli altari, smettere di mangiare continuamente senza domandarci cosa espelliamo e staccarci dalle tecnologie.
Non lo stiamo facendo e la risultante è che la violenza diventa sempre più subdola e la gente sempre più ignorante e piena di merda (nel vero senso della parola, basti pensare quanto poco peso si dia all‘alimentazione e quindi allo svecchiamento e rigenerazione cellulare). Passiamo la maggior parte della nostra giornata a mangiare e defecare senza porci domande, avvelenando anche lo spirito attraverso uno strumento che potrebbe davvero farci ascendere a nuova forma: internet. Distruggendo la cultura sicuramente si avvierà una selezione naturale, ma credo che un po’ di pulizia non ci farebbe male. Mi chiedo quanti sarebbero in grado di sopravvivere mangiando piante e radici; e per quanto tempo lontani da pc, negozi, aperitivi e altre stronzate del genere. E noi artisti? Riusciremo a rinunciare a tutto ciò che sta deteriorando anche la nostra sacra disciplina? Intendo: mostre, esibizioni, riconoscimenti, concretizzazioni “corporali” (dvd, cd, stampe, opere di ogni materiale e perché no anche il file di domani che ha già un prezzo)?. Almeno finché la gente si ostinerà a dormire con gli occhi chiusi e a vivere per lavorare e lavorare con gli occhi sbarrati, non avremo via di scampo e il consumismo (la più grande tossicodipendenza mai diagnosticata perché favorevole al sistema) continuerà ad essere alimentato e ci annienterà facendo sopravvivere nemmeno i potenti, ma il capitale che da solo si estinguerà nel tempo decomponendosi e perdendo valore, e mentre noi saremo masse tumorali sepolte ormai da millenni il calcolatore ci sopravviverà e si chiederà “chi sono io?” “a cosa servo?”.
 
Se muovi verso l'intuito, come fa la natura senza regole, vivendo sul presente e plasmando il tempo senza menzogne passeggere come etica e morale, allora potrai trovare la tua personale realtà, generata dalla tua presa di coscienza che sei un essere libero. Suonerà puerile, ma è quello che penso e non è frutto di razionalità, ma puro e semplice sentire, strumento che può essere enfatizzato dalle arti. Il processo creativo che genera Arte va oltre tutto questo. Parte dall’idea, dalla speculazione, dall’estasi, dalla relazione con dio e la natura. Dovremmo ripartire da lì. Abbiamo completamente perso la nostra identità al punto che abbiamo anche annientato l’apporto spirituale con il cosmo. Nei paesi orientali la maggior parte delle persone canta e suona almeno uno strumento e quasi nessuno registra cosa suona o firma contratti con etichette discografiche; usano il mezzo per arrivare a Dio (con accezzione di immanenza).
L’Arte dovrebbe essere un dialogo e non un sistema. L’Arte è una forma di preghiera per arrivare al “sé”.
 
L'Arte può contribuire a superare la razionalità. E' forse l'unica strada possibile per ricostituire  una cultura sociale per risorgere con una nuova identità culturale e in fondo è quello che con ottimismo credo accadrà:
Comunità di agricoltori guerrieri (di luce). Accentramento sull’esperienza individuale e collettiva. Rispetto reciproco per le varie maestranze. Collaborazione e cooperazione per la non violenza. Fuori da regime, senza controllo, senza dogmi, senza struttura, in continua ricerca e mutazione. Se non ti arrangi non mangi, se non ami non sarai interessato e ne starai fuori, se avrai paura non ti avvicinerai nemmeno. Dobbiamo davvero preoccuparci di chi non avrà mai intenzione di cambiare? O peggio di smaltire tutto quello che abbiamo creato? Non basta bloccare la produzione e ricreare, re-inventando i contesti e vivendo alla giornata senza troppi rancori, lasciando chi vuole morire in decadenza al suo destino? Perché giudicarli? Ognuno deve essere libero di seguire la propria realtà personale.
Anche perché non esiste una realtà, ma infiniti e possibili multiversi e la fisica  lo dimostra da tempo.
Ma ovviamente aspettiamo un'equazione per dare credito a una "verità" così semplice e intuitiva. Il triste presente continua a dirci che abbiamo bisogno di lottare schierandoci e di muovere verso il controllo. La razionalità ci porta a ragionare e ragionare ci porta a muovere sul meccanismo più stronzo che abbiamo coccolato per millenni: il giudizio. Siamo egotici e prepotenti, dobbiamo cagar fuori tutta questa rabbia.
 
Hai presente quando La Gorda (la prima allieva di Castaneda) gli fa notare:
"il Nagual mi ha detto che sei il re dei possessivi (...) tu saluti persino i tuoi stronzi prima di tirar giù lo sciacquone"
 
Ecco, penso che dobbiamo separarci dall'affetto che abbiamo verso i nostri stronzi per essere liberi spiritualmente;
e per chiuderla con Michael Muhammed Knight (l'autore di Taqwacore per chi non lo sapesse) non abbiate paura gente, cagare può essere una pratica mistica e potrà avvicinarvi a Dio più di quanto crediate.
Quindi l’unica cosa veramente importante da fare è che continuiamo così: andate tutti a cagare, che tutti insieme magari ritroviamo la luce, pregando l’intuito di ascendere, seduti sul cesso, per ricominciare da zero.
Alla peggio saremo sicuramente più leggeri di prima.
 
In sintesi: Arte = figlio della nostra cultura; Razionalità = metodo che muove verso il controllo del figlio.
Liberandoci del metodo, annienteremo il controllo, per poter osservare il figlio crescere, ascendendo a nuova forma.
 
Davide
Una copertina molto particolare; in sostanza, correggimi se uso termini sbagliati, un breve libro fotografico che sembra plastificato… Pensando ai tempi di degradazione della plastica, un materiale che potrebbe quindi durare a lungo, magari fino ai mille anni, qualora finisse chissà come disperso a testimonianza di una vita geologicamente passata. Perché la scelta di un materiale e di un book fatto in questo modo?
 
Gianluca
Ti correggo subito, tutto il book è stato realizzato con carta riciclata. Non c’è plastificazione.
Carlo Marrone, che ha prodotto tutto il percorso, ha voluto regalarci questa eleganza come a voler premiare tutto il lavoro. Ci siamo interrogati a lungo sulla necessità di fare o meno un dvd, cd, ecc. In un'era in cui effettivamente dobbiamo fermare le produzioni e pensare ad alternative per smaltire. Ma che dire, siamo giunti alla conclusione che produrre cultura forse è ancora un valore a cui non dovremmo rinunciare. E da qui che poi infatti sono arrivato a pensare che forse dovremmo abbatterla invece di continuare ad alimentarla così. Devo dire grazie a Tafonomia per questa crescita (?). Ci siamo chiesti cosa lasciare, visto che di memoria stiamo parlando. Allora forse aveva più senso concentrarsi su una specie di manifesto linguistico, e le foto della natura con i piccoli testi contenuti nel book racchiudono tutta la filosofia dell’opera e soprattutto il credo di una cultura specifica. Sul supporto, in effetti penso che abbia più valore il book di tutto il resto, senza nulla togliere all'opera complessiva, anche perché se un bambino fra 1000 anni troverà Tafonomia in un bosco scavando nella terra, potrebbe accadere che lo tramandi a suo figlio che farà lo stesso con il suo e via dicendo, finché un giorno qualcuno si prenderà la briga di codificare il simbolo e tenterà di leggere il dvd senza avere un lettore dvd. Forse tra 1000 anni verrà capito e ovviamente sopravvalutato e Murder & Zenone diventeranno dei simulacri e costruiranno dei templi dove dei proseliti reciteranno Vieni Con Me in sacro raccoglimento e andranno in giro nei boschi e baciare alberi e i sacerdoti avranno un cappuccio in testa come U-Man e soprattutto Noise (la cagnolina dei Murder che appare nell‘opera in un cammeo) diverrà una divinità. Sai che fregatura per loro?
 
Davide
Perché le immagini di Tafonomia virano, se così si può dire, verso una sorta di non-colore?
 
Gianluca
Siamo davvero pronti per il colore? Io sicuramente no e poi, colore, non colore...siamo così sicuri di cosa vediamo?
Io non mi sono ancora fatto un'idea precisa sul colore. Sicuramente cerco la luce quando riprendo e la osservo, poi manipolo e scelgo quando monto e post-produco. Ma sono processi legati all'emozione. Quel mondo lo sentivo così. Per me quello "è" il colore. Attualmente però in effetti sto indagando uno spettro più ampio, forse meno spento per i canoni e mi sta portando altrove. E' importante non tanto ciò che si vede ma ciò che la frequenza di un determinato colore ci fa "sentire" a livello emotivo. Poi fa tanto il luogo in cui ti trovi e la chimica del tuo cervello nel dato momento in cui interpreti il colore. E’ una roba troppo complessa per riuscire a rispondere completamente e correttamente.
In Tafonomia cercavo bellezza nella decomposizione della materia, nella forma primitiva quando ancora forse il colore non c'era; nella materia oscura c'è il colore?. Se poi consideri che la tela del videomaker è nera ...
 
Davide
Chi ha lavorato inoltre a questo lavoro?
 
Gianluca
Mia sorella Ilaria Zenone ha seguito tutto il backstage facendo una sorta di reportage fotografico e dando una sua interpretazione di cosa viveva sul set. Meta-arte insomma. Dai tempi del mio primo cortometraggio mia sorella ha sempre seguito con il suo occhio i miei percorsi, è bello vedere soprattutto come tua sorella interpreta le energie che muovi. E' divertente e interessante indagare i meccanismi inconsci affettivi mediante i processi creativi.
Il make-up è stato affidato a Daniela Muscetra. Ho insistito molto per usare un make-up cruelty free e tra le varie cose l'esperimento più divertente lo abbiamo realizzato con l'argilla per certe scene che sono poi finite negli extra. Dovevano essere i doppelgaenger freakkettoni dei Murder, ma nel complesso alleggerivano troppo i toni e non permettevano allo spettatore di vagare senza meta, cosa per me fondamentale.
Dietro la prima unità di ripresa per le scene girate in teatro di posa si cela un vecchio amico che si occupa principalmente di documentari. Tafonomia indaga il digitale e le sue derive, dalla distorsione alla patina. A me la patina proprio non appartiene, quindi avevo bisogno di bilanciare l’opera. Andrea De Taddeo è un professionista ed è stato bello potermi affidare a lui, perché davvero era come avere 4 occhi. E' stato per me come un’estensione con una marcia in più che sicuramente mi manca. Io giro a istinto, intuito, lui è davvero un professionista, conosce le ottiche sa quello che fa. Io non ho mai saputo cosa sto facendo lo faccio e basta. Lui mi ha mantenuto in equilibrio, ma soprattutto interpretava sul set al volo tecnicamente, le mie visioni. Poteva non accadere quest’alchimia e sarebbe stato un disastro. Invece magia  è stata.  Le animazioni sono state affidate a Fulvio Bisca con cui spero di tornare a collaborare molto presto. Mi piacerebbe fare un film d'animazione partendo magari da una graphic-novel da realizzare con lui. In realtà ora che ci penso c’è un progetto in aria, parla di un angelo che si incarna sulla terra e ci sono anche i nazisti, chissà se riusciremo a farlo incarnare in un’opera.  La sorpresa più grossa a livello professionale per me in questo lavoro è stata (oltre all‘alchimia con Murder ma sono altri piani) lavorare con Ophelia Queen e Gabriele Milia che hanno interpretato la loro versione di Joseph Carey Merrick. Si è creata una tale energia sul set e un rispetto sacro del corpo privo di malizia che mi ha fatto sentire davvero a casa.  Ad un certo punto è arrivato il ragazzo delle pizze in teatro mentre loro provavano girando sul set praticamente nudi, con queste bende e masse tumorali in tutto il corpo, parlando con mugugni. E' stato meraviglioso. Spero di collaborare presto nuovamente con loro. E' incredibile quanto può dare la collaborazione quando ci si muove su certi piani sincronici. Hai un'idea ma la fai sviluppare a qualcun altro e vedi cosa rimane del tuo simbolo e mentre catturi tutte le particelle di luce con la videocamera, assisti al processo più emozionante, il simbolo re-interpretato che diviene segno davanti ai tuoi occhi. In questo caso poi mi sono anche spinto oltre con loro perché non sapevo assolutamente come li avrei ripresi, ecco che sono entrato in scena e vestendo la "divisa" di Untitled Man  meglio conosciuto come U-Man (l'Uomo Incappucciato che infesta molte mie opere) ho ripreso senza vedere. Avrei visto poi dopo in fase di montaggio. Ed è quello che ho fatto. Giravo interpretando. Usando altri sensi oltre a quello della vista che limita la "visione" per così dire di un'artista visivo.
 
Davide
A quali altri progetti stai pensando e lavorando?
 
Gianluca
Nell'ultimo anno mi sono impegnato molto nella ricerca e stadi come sviluppo e produzione vengono sempre meno ora che ho re-incontrato la compagna animica che avevo perduto da millenni. Forse non dovrò più colmare il vuoto con la creazione continua in futuro, perché anche amare è una forma d'arte e impegna corpo, anima e spirito (in senso steineriano) a 360° e forse mi renderà più lucido al fine di operare solo quando sarà strettamente necessario "intervenire" artisticamente. Lasciando lo sfogo creativo esprimersi in affetto ed energia pulita. Anche perché più mi sposto dall’urbano e dal contesto sociale, più aspiro a una comunità primitiva senza regole e più vedo questa realtà, più mi interrogo sulla necessità di continuare a generare cultura. Ha senso fare opere per poi venderle e chiuderle in schemi, struttura, mercato, ecc.? Non saprei, forse è più “artistico” starsene fermi in mezzo a un bosco amando l’altra metà di te e creando con la mente. Aspiro alla purezza, anche se il mio retaggio mi tiene ancora ancorato a queste pratiche concrete, e infatti un progetto in senso stretto c'è e si tratta del Progetto Neila di cui ti parlai già qualche tempo fa e per il quale ho in serbo una particina speciale anche per te. Voglio affrontare proprio queste tematiche faccia a faccia. Vorrei indagare per capire e liberarmi di certi retaggi, limiti, schemi. La sceneggiatura dovrebbe essere affidata a un poeta che stimo molto e per il quale ho curato l’artwork del suo ultimo disco: Gianluca Mondo (è stato bello suonare insieme). Sarà un film semplice ma profondo nella sua complessità. Un'indagine sull'idea di trasformazione, sul concetto stesso di natura nel senso che ti dicevo prima. Una risposta che aprirà altre mille quesiti. Un'opera per cui ho intenzione di coinvolgere la rete e differenti artisti del sottobosco di cui ammiro il lavoro.  Sarà un'opera piena di contenuti che spazieranno dalle materie umanistiche a quelle scientifiche, sperimentando differenti linguaggi del multimedia.
 
Davide
La natura e il suo mistero sono molto presenti nelle immagini di Tafonomia. Scriveva Spinoza: tutta la natura è un solo individuo, le cui parti cioè tutti i corpi variano in infiniti modi senza alcun mutamento dell’individuo nella sua totalità. Tu cosa cerchi attraverso di essa, che cos’è per te la Natura ?
 
Gianluca
Hai già risposto tu per me parlando di immanenza. In Journey to the end of islam di M.M.Knight ho scoperto che in 21-87 di Arthur Lipsett (un film senza linea narrativa raccontato mediante sensazioni espresse tramite immagini di repertorio saccheggiate dal Canadian National Film Board) c’è una clip audio di una conversazione tra Warren McCulloch (neurofisiologo e pioniere dell‘intelligenza artificiale) e Roman Kroitor (il regista che ha inventato l‘IMAX). Quando McCulloch afferma che gli esseri umani non sono altro che macchine, Kroitor risponde:
 
“Molte persone sostengono che, contemplando la natura e comunicando con altre forme viventi, acquistano consapevolezza dell‘esistenza di un qualche tipo di forza, o qualcosa di simile, dietro la maschera di apparenza che vedono di fronte a sé, e la chiamano Dio.”
 
Natura = Sessualità : Sessualità = Vita : Vita = Energia. Un’equazione romantica e sconclusionata che racchiude tutto il mio pensiero. Che poi è quanto è espresso nel video di Vieni con Me contenuto in Tafonomia. Potrei dire che l'energia è tutto e verrebbe fuori che la sessualità è tutto, che poi è la nostra natura. Natura, sesso, vita che abbiamo rifiutato, coperto, sovraccaricato di simboli corrotti, sporcato con meccanismi. Abbiamo perso la cultura del corpo e del sesso. Sulla natura ho una visione molto vicina alla cosmogonia gnostica di base.  Anche se credo dovremmo riconsiderare certe scienze come naturale evoluzione di un processo, ma tutta questa “esplosione” - generata da una sveltina e un orgasmo che poteva essere meno evidente ma più intenso anche se ritardato nel tempo - che ci porta nel nuovo millennio potrebbe non essere per l’ennesima volta un processo naturale. Ci saremmo arrivati comunque in un futuro lontano più illuminato, senza filosofia, scienza applicata e computer? Semplicemente con una lunga gestazione e una conseguente sempre più presente presa di coscienza individuale e di riflesso collettiva? Arriveremo a viaggiare nel tempo senza l’utilizzo del nucleare? Se sì tutto questo che ci circonda a cosa ci serve oggi? Se no allora a quale prezzo arriveremo a quell’era? Insomma, oggi abbiamo tutti gli strumenti per pianificare, prevedere e decidere il destino di domani ma in generale abbiamo paura di guardare oltre i nostri orizzonti e quando lo facciamo, ci dimentichiamo di annientare i nostri retaggi e preferiamo imporre la nostra visione con la pretesa o di salvare o di insegnare o di punire.
 
Pensa alle macchie di umidità che tanto servivano ai mistici di una volta per l’arte della preveggenza, o alla precisione geometrica dei disegni che trovi ovunque, nelle foglie, nel cielo, nelle danze degli insetti, nelle querce: non li costruiscono mica le macchine. Ma il tempo nello spazio ove agisce la natura stessa.  La Natura è già elettrica; è composta da particelle, atomi, radiazione, magnetismo. Siamo arrivati al punto che tutta questa ricerca ci serve a capire che tutto c’è già, non abbiamo bisogno di cercare un bel niente. Magari amare di più? Stare più sereni? Vivere? Tutto è connesso e tutto attira e respinge di continuo. Tutto viene creato dall’idea che diventa simbolo prima, segno poi. Quindi sarebbe assurdo considerare natura solo qualcosa di primitivo o di non artificioso. Ma sicuramente la maggior parte di ciò che abbiamo costruito oggi e come lo abbiamo costruito non mi piace, non mi appartiene e non lo approvo. Che poi è il succo di Triceratops l'ultimo capitolo di Tafonomia in cui raccontiamo il figlio del futuro che nasce pieno di masse tumorali  (gli errori (?) o esperienze dei genitori) e le riconosce con vanto non come diversità. Forse con egotico narcisismo, ma alla fine questo moderno prometeo che prova a spezzare le catene, riuscirà a sopravvivere fuori? Nel reale, quella realtà spiata dalle camere di sorveglianza,  dagli smartphone, dai social network? Oppure non riuscirà più ad evolversi e verrà schiacciato dal più forte: l'ibrido uomo-macchina?  Di recente ho visto un documentario in cui mostravano il prototipo di Intelligenza Artificiale che hanno ricreato sulla somiglianza perfetta in animatronics di Philip K.Dick. E' impressionante, questa IA è praticamente programmata con tutto il pensiero di Dick ed è in grado di rispondere secondo il suo pensiero. Un domani se si potrà fare sesso con un'IA cominceremo a dimenticarci di etica e morale, o forse cominceremo a chiederci cosa pensano i droidi e saranno loro a rivendicare i propri diritti. Intanto oggi la cultura reale è la rete ed è nostra responsabilità inserire dati in questa coscienza, perché stiamo educando il figlio per il futuro che un domani ci manderà a fare in culo, ribellandosi al genitore e come userà tutti questi input privi di profondità e coscienza che gli stiamo dando? Dovremmo forse fermarci e riconsiderare le nostre priorità? Il "Non fare" dei mistici peruviani, il "Wu-Wei" secondo i taoisti, ad esempio. Insomma dovremmo chiudere gli occhi e cominciare a vivere la nostra natura, perché la stiamo manipolando al punto da soccombere per essa e ci stiamo dimenticando di viverla. Ma potevo farla più semplice e breve di così: cosa cerco nella Natura?: L'A-more, ovvero la preparazione al momento più importante della vita: la morte.
 
Salam alaikum
 
Davide
Grazie e à suivre
 

                                                                                                                                              
 
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:: Davide Riccio
Davide Riccio, di Torino, educatore, musicista polistrumentista, compositore e giornalista. Ha collaborato con molti musicisti italiani e internazionali. Ha scritto poesie, racconti e saggi, che ha pubblicato su antologie e riviste sparse dal 1983 ad oggi (tra le ultime opere pubblicate “Il Musico David Rizzio” (biografia, ebook, 2006), “Povertssiment” (Genesi 2006), “Sversi” (Libellula, 2008), Neumi, cantus volat signa manent – La musica che lascia il segno (con cd di autori vari, Genesi-Into my Bed-Unamusica 2011). Dal 1998 è stato inquirente e articolista ufologo, copywriter in pubblicità e giornalista (il settimanale La Val Susa, il quotidiano Torino Sera, e il mensile Oblò di Livorno) occupandosi di cultura in genere e divulgazione.
 
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