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2013
4
Dic

L’onda

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Ciò che salta all’occhio al primo sguardo è senz’altro l’onda. Un’onda immensa, di venti, trenta, anche quaranta metri, che sembra arrivare sino al Cielo salvo interrompere la sua ascesi giunta all’apice della forza, piombando verso la superficie frastagliata dell’Oceano.

La spuma che ne ricopre la vetta si dipana in una miriade di ramificazioni, innumerevoli uncini che puntano minacciosi verso la loro vittima, rimasta invisibile fino a questo momento, subissata dall’irrefrenabile furia della Natura.
Semisommersa dalle acque oceaniche appare un’imbarcazione, ma non una scialuppa qualsiasi, bensì un vascello di svariati metri la cui grandezza è resa irrisoria dalla poderosa mole d’acqua che si staglia innanzi come un muro insuperabile.
Sfiorata dagli schizzi e dagli spruzzi, braccata dai flutti incontrastabili, il suo tempo pare ormai giunto al termine e la sua ciurma destinata a inabissarsi sul fondale oscuro e silenzioso.
Poco distante un’altra chiatta ha invece superato con successo le intemperie, ma quanto potrà durare ancora questa sicurezza? Verrà devastata anch’essa dalla terribile ondata che si avvicina o riuscirà ad uscirne nuovamente incolume?
Ma a noi non è dato saperlo, poiché come in un’istantanea l’artista intrappola il momento esatto in cui i marinai sospendono il respiro, in attesa di affrontare il proprio destino.
Trattenere il fiato viene quasi spontaneo osservando questa stampa, poiché Hokusai ne “L’Onda” scaglia l’osservatore nel pericoloso Oceano della Vita e questo di rimando non può che boccheggiare di fronte ai suoi flutti impetuosi.
Gli schemi classici dell’arte giapponese vengono ribaltati; la quiete, la tranquillità, la sicurezza che traspaiono dai dipinti nipponici sono improvvisamente scardinati da quell’onda di fronte alla quale pure il monte Fuji, sullo sfondo, non può che impallidire.
Lo stesso avviene alle nostre certezze; quando l’equilibrio della nostra vita viene a mancare, cosa siamo se non barche in balia della tempesta?
In quei momenti in cui i nostri problemi sembrano così grandi da superare in misura persino il monte Fuji, quanto è difficile non lasciarsi sommergere dalle avversità, quanto di ciò che possediamo è realmente nelle nostre mani?
Sballottati da una parte all’altra dal fato come protagonisti d’una tragedia greca, boccheggiamo rasentando la salata superficie delle acque, lottando contro l’inesorabile forza che tenta di soccomberci.
Questa lotta è l’unico appiglio che ci tiene a galla, che impedisce al nostro corpo di sprofondare sul melmoso fondale insieme ai relitti; eppure ciò non basta, poiché dinanzi ad onde del genere non resta che trattenere il respiro, e sperare.
 
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:: Daniele Palmieri
Daniele Palmieri (29/11/1994) studia filosofia presso l’Università Statale di Milano. Appassionato di cultura sin dalla tenera età, nonostante la disastrata condizione della Pubblica Istruzione aspira a un posto in cattedra, per sollevare le sorti di una cultura bistrattata e aiutare i giovani a trovare se stessi.
 
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