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2013
17
Nov

Viandante sul mare di nebbia - Caspar David Friedrich

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L’ineffabile orizzonte
 
Un uomo, solo, immerso nelle brume misteriose d’una vetta impervia, in bilico s’un abisso soltanto intuibile, in precario equilibro sul bordo d’un baratro da cui contempla il paesaggio, esperendo l’Infinito.
Questa è l’immagine monumentale che Caspar David Friedrich dipinse due secoli or sono in un suo illustrissimo dipinto, il “Viandante sul mare di nebbia”, riuscendo a imprimere nell’esiguo spazio d’una tela ciò che la più alta filosofia tedesca tenterà di esplicare in migliaia e migliaia di astruse pagine.
Ciò che si disvela una volta giunti sulla vetta della montagna non è un semplice paesaggio, alla stregua di quelli rappresentati dai neoclassici, ma l’idea stessa del Sublime, l’irruente quanto spettacolare forza della Natura che si rivela in tutta la sua potenza.
Quella stessa Natura che casualmente ci ha dato alla Vita, in un soffio di vento può condannarci alla Morte, ed è proprio in questo irrisolvibile paradosso che si esplica l’irresistibile attrattiva che esercitano in noi le sue incontrollabili manifestazioni di potenza.
Dinanzi a spettacoli talmente immensi l’uomo non può che eclissarsi e naufragar in questo mare, divenendo null’altro che un impercettibile atomo dell’Universo.
Lasciarsi abissare dall’Infinito è l’unico modo che l’uomo ha per afferrarlo e proprio questo inappagabile desiderio d’Immensità ha spinto il misterioso viandante sulla sommità del monte, salvo poi realizzare una volta in cima che vette ancor più alte si stagliano all’orizzonte.
Qui sta la grandezza di Friedrich, che nei lineamenti dell’altura velati dalla nebbia incarna l’ineffabile natura del limite.
Johanne Fichte parlava dello sforzo infinito per il superamento del limite finito, ma ciò non è corretto poiché è lo sforzo dell’uomo ad essere per sua natura finito, mentre il limite ad essere paradossalmente illimitato.
Questo poiché, giunti sulla sommità della montagna, troveremo inevitabilmente un’altra vetta ergersi all’orizzonte, e per nostra stessa natura non potremo esimerci dall’affrontarla, benché consapevoli dell’inutilità del nostro sforzo.
Ciò Friedrich l’aveva ben compreso, per questo motivo la figura di spalle nel dipinto altri non è se non noi stessi.
Incessanti perpetriamo l’invincibile peccato di hybris e scaliamo montagne, superiamo vette, valichiamo confini alla ricerca dei misteri dell’Universo, autoconvincendoci che la prossima arrampicata sarà l’ultima.
Tutto questo senza mai fermarci, se non per contemplare l’ineffabile orizzonte.
 
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:: Daniele Palmieri
Daniele Palmieri (29/11/1994) studia filosofia presso l’Università Statale di Milano. Appassionato di cultura sin dalla tenera età, nonostante la disastrata condizione della Pubblica Istruzione aspira a un posto in cattedra, per sollevare le sorti di una cultura bistrattata e aiutare i giovani a trovare se stessi.
 
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