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2010
30
Nov

Come un laccio blu

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Questo racconto è un piccolo omaggio alla bella e brava scrittrice Sabina Marchesi, la mia "cream"-inologa di fiducia, colei che, anziché peripezie in balera, fa delle ottime perizie balistiche e mi insegna con cognizione di causa quali ossicini (umani, mica di seppia!) spezzare per scrivere storie più nere del nero (questa volta di seppia ci sta).
Ho voluto dare l'occasione al mio Sauro di interagire con Olga, l'audace centralinista erotica già protagonista di Sexy Thriller, il romanzo di esordio di Sabina, scritto a due mani con la grande Claudia Salvatori per Aliberti Editore.
 
 
Il tecnico della compagnia telefonica stava trafficando sulla centralina, impegnato a collegare e scollegare fili mentre le linee, diabolicamente, continuavano a tacere. Irritata dal contrattempo Olga uscì sul terrazzino a fumare una sigaretta, incurante del divieto che campeggiava a lettere cubitali sulla parete. Disagio su disagio, irritazione che si aggiungeva a irritazione. Però non era male quel tecnico, sotto le maniche arrotolate della camicia si intravedeva un certo tono muscolare e l'atteggiamento dell'uomo, intento al suo lavoro, suggeriva una sorta di quieta consapevolezza delle proprie capacità. Non si affannava, non cedeva al nervosismo, sembrava totalmente calmo e padrone di se stesso, pur nel panico generale che, ormai, cominciava a impadronirsi del Call Center. Il fumo azzurrognolo saliva in morbide volute serpeggianti, l'aria frizzante temperava di blu il cielo sgombero da nubi, illuminando quell'angolo di periferia di una luce promettente. Ma di uomini promettenti invece in giro non ce n'erano. Fatta eccezione per la guardia giurata, giù al portone, e per il parcheggiatore abusivo che vigilava sulle loro macchine, non c'era nessun altro. Ecco perché, per un solo breve momento, perfino il tecnico della compagnia telefonica le era sembrato interessante. Ma che ora si sbrigasse perché quello che Olga bramava davvero era che il collegamento fosse ripristinato per poter tornare nel suo personalissimo mondo dove il sottile filo di una voce poteva dipanare per lei sensuali spire di magia e passione.

* * *

– Dunque mi faccia capire bene. Lei gestisce un Call Center erotico dove sono impiegate, su tre turni diversi, almeno novanta ragazze. Vuol sapere da me se una di queste infrange il regolamento spingendosi a dare appuntamento a uno dei suoi clienti. E pretende che io indaghi solo parlandoci al telefono?
– Per forza, è naturale. Mi pare proprio l'unico sistema possibile. Vede, la nostra sede si trova in una zona periferica, l'affitto è ragionevole e tutto intorno ci sono solo uffici e capannoni. È chiaro che un via vai come quello che generiamo noi, su tre turni, non può passare inosservato, ma la gente crede che ci occupiamo di sondaggi e merchandising. Se a qualcuna delle ragazze venisse in mente di dare appuntamento a qualcuno, la nostra riservatezza andrebbe a farsi benedire in un attimo e io dovrei impiantare tutto da capo da un'altra parte. Si tratta di un lusso che non posso proprio permettermi.
– Via, non credo che darebbero un appuntamento proprio nel piazzale davanti alla vostra sede, non crede?
– Naturalmente no, nessuna di loro è così sciocca. Sanno bene i rischi cui vanno incontro, probabilmente sceglierebbero come luogo del convegno un locale pubblico, che a loro potrebbe anche apparire sicuro. Ma il tipo di uomo che si rivolge a un telefono erotico può anche essere pericoloso. Qualcuno capace di seguirti fino a casa o al lavoro, per intenderci.
– Va bene, ma cos'è che l'ha messa in allarme in particolare? Insomma, perché ha deciso di rivolgersi a me proprio adesso, mi pare che la vostra attività sia in piedi da parecchio tempo. Che cosa è cambiato ultimamente?
– Lei.
– Lei?
– Lei, è cambiata. Ma non le dirò il suo nome. Voglio che lo scopra da solo.
– Aspetti, mi faccia capire bene. Lei ha in mente dei sospetti precisi su qualcuna delle sue ragazze ma non mi vuol dire chi è? Guardi che se non condivide le sue informazioni con me partiamo male. Anzi, non partiamo affatto. Se sospetta di qualcuna in particolare me lo deve dire.
– No, non le dirò nulla, questo è l'assegno.

* * *

L'assegno era ragguardevole. Praticamente parlava da solo, ma il lavoro nel contempo si rivelò piuttosto noioso. La maggior parte delle ragazze con cui ebbi a che fare esibiva al telefono un repertorio di piacevolezze erotiche piuttosto prevedibile, di una banalità disarmante. Oltretutto la parte del maschio frustato non faceva per me. Non che loro se ne accorgessero, di psicologia ne sapevano pochino, non appena credevano di aver intuito generi e preferenze partivano in quarta con il solito copione di ansiti e sospiri, inframmezzato da qualche sconcezza da saloon di quart'ordine. Poi trovai lei. E capii subito quello che il mio cliente intendeva dire. "Lei" era diversa.

* * *

La testa reclinata all'indietro, gli occhi che inseguivano una macchia sul soffitto, la pelle bianca della gola che palpitava a ogni parola, mentre la voce roca e sensuale sembrava uscire direttamente dalle sue viscere, piuttosto che dalla bocca. Olga diventava sempre così, quando dall'altra parte trovava qualcuno che sapeva come condurre il gioco. Allora le fantasie dell'altro diventavano le sue, il mondo che l'uomo voleva evocare era quello in cui anche lei avrebbe voluto vivere, le regole si uniformavano, gli scopi si sovrapponevano. Era allora che Olga voleva, disperatamente voleva, che il sogno diventasse realtà. E per far sì che questo accadesse, c'era un sistema solo.

* * *

Lui le aveva dato appuntamento, anzi: le aveva "comandato" di andare là. E lei, docile, si era lasciata manovrare come una bambola. E come una bambola si era preparata per l'occasione. I lunghi capelli dorati coi boccoli raccolti alti sulla nuca, a scoprire il tatuaggio di una rosa che, col suo tralcio rampicante, dalla sommità del seno si allungava verso la spalla lasciata nuda dal top di raso color bronzo. Oro e bronzo: come la statua di un idolo pagano da conquistare.
Al bar si erano appena intravisti, lei sapeva già quello che sarebbe successo. Il luogo dell'appuntamento, del resto, non lasciava adito a dubbi. Il Lounge Bar dello Sheraton Hotel. Sapeva che ci sarebbe stata una chiave, una stanza da raggiungere, una scena da recitare, un copione da seguire. L'avevano già fatto tante di quelle volte al telefono che avrebbe saputo eseguire ogni passaggio anche dormendo, ma in quel momento invece non dormiva. Stava fremendo in ogni singola fibra del suo essere. Sarebbe stato quello giusto?

* * *

Per lunghi giorni mi ero interrogato su cosa avrei fatto quando sarebbe giunto il dunque. Per giustificare il mio compenso era sufficiente dimostrare che lei, ed ero certo che fosse proprio quella "lei" che il mio cliente sospettava, mi aveva dato un appuntamento. Però poteva non bastare, se non si fosse presentata. E infatti ciò che mi ero ripromesso di fare era essenzialmente quello: verificare che si presentasse all'appuntamento, scattare un paio di foto col cellulare per procurarmi le prove e poi dileguarmi, silenzioso nella notte, come il bastardo che ero. Ma quando la vidi davvero, qualcosa scattò dentro di me. Si era descritta per telefono, con quella sua voce roca che invece di allontanare gli uomini sembrava avvicinarli. Bionda, florida, ben messa, lunghi boccoli biondi, un tatuaggio che, da solo, era tutto una dichiarazione d'intenti. Ma non pensavo mai che fosse così. Camminava su un paio di sandali alla schiava dorati, che le si attorcigliavano come serpenti su per la caviglia ben tornita, portava un paio di pantaloni di raso color bronzo così aderenti da sembrare calze, un top color oro che le lasciava scoperte le spalle e uno spolverino portato con noncuranza, sciallato sulla schiena come fosse il kimono di una geisha. Oro e bronzo, un tripudio di abbondanza e di calde promesse. Non so cosa mi prese, ma le passai davanti come se fossi il dio Pan, allungandole un foglietto con su scritto: "30 minuti, camera 18, laccio blu". Avevo preso la camera in via precauzionale, non pensavo davvero di usarla, e quando le lasciai la chiave con quel folle biglietto non pensavo nemmeno che la usasse lei. Voglio dire, me lo auguravo, ma non ci speravo proprio. Invece, quando salii, trenta minuti dopo, lei aveva eseguito tutto il nostro copione, passo dopo passo, esattamente come lo avevamo progettato insieme, giorno dopo giorno, durante quelle telefonate così roventi e improbabili che ancora oggi mi chiedo se ci siano state veramente.

* * *

Il cursore lampeggiava sullo schermo, indicando la modalità della chiamata: "SSE: Simulazione Sesso Estremo", una delle specialità di Olga che da qualche tempo, se possibile, sembrava essersi calata ancora di più nella parte. Il capoturno guardò con un filo di preoccupazione il visore, era uno dei clienti abituali che, negli ultimi giorni, puntuale come un orologio, alla stessa ora, richiedeva i servizi della migliore tra le sue ragazze. Proprio quella che lo preoccupava di più. Si mise in cuffia, per ascoltare la conversazione.
"Sono in ginocchio davanti a te. Ho un sacchetto di plastica intorno alla testa, il laccio con cui lo stai stringendo è blu. È il tuo colore preferito, ricordi? Blu è la corda con cui mi hai legato i polsi dietro la schiena, prima di piegarmi davanti a te, la faccia a terra, per aspettare la mia punizione. Mentre mi strattoni il collo senza pietà, trasformando il laccio in una garrota che mi impedisce il respiro, sento il tuo ginocchio che mi spinge sulla schiena, come quello di un cacciatore sopra la preda. Stai per soffocarmi, lo so, forse morirò, forse no. Ma questo dipende solo da te. Sarai solo tu a deciderlo. Sono nuda, inerme, semplice creta tra le tue mani. Ti appartengo, la bocca premuta contro la plastica che lentamente mi sta uccidendo. Un respiro solo, ti prego... regalami un respiro."
Olga sembrava trasfigurata, mentre recitava la sua parte, quasi posseduta dalla finzione. Ma stava recitando sul serio, oppure viveva quella scena nella sua mente come se fosse vera?
Il capoturno scosse la testa e staccò le cuffie. Preferiva non sentire altro.

* * *

"30 minuti, camera 18, laccio blu".
Ho aspettato che quei trenta minuti trascorressero con un bicchiere in mano al banco del bar. Le mani sudate, la gola serrata, il cuore a mille. Mio malgrado ero intrigato, mortalmente curioso, dilaniato tra dubbi e interrogativi. E quando la vidi alzarsi, la chiave serrata nel pugno, lo sguardo rapito e il passo elastico, mentre si dirigeva rapida verso la hall, non riuscii a resistere. Volevo salire in camera, solo per vedere cosa avrebbe fatto, ma giurai a me stesso che non avrei varcato la soglia.
Fu dura, ma mantenni fede al giuramento, anche se rimasi impietrito sulla porta per diversi minuti, prima di richiudere silenziosamente l'uscio e ritornare sui miei passi. La decisione forse più difficile della mia vita, ma non me ne sono mai pentito.
Lei era lì, nel mezzo della stanza: aveva fatto tutto da sola e aveva speso bene quei trenta minuti. La corda e il laccio blu, evidentemente li aveva già pronti all'uso, riposto con cura nella borsetta. Era nuda. Aveva avvinto il suo corpo in un delizioso sistema di nodi che le serravano la carne, un sofisticato intreccio di cappi e legamenti che la cingeva tutta, come una vittima sacrificale su un altare pagano. Un lavoro piuttosto complicato, visto che l'aveva fatto da sola. Si era perfino legata una corda al collo e aveva infilato le mani in un altro cappio predisposto dietro la schiena. Mentre aprivo la porta ammirai la sua compostezza e il suo diabolico autocontrollo, sapeva che ero lì eppure nemmeno una singola fibra del suo corpo si muoveva. Perfettamente immobile come un idolo di pietra, solo il respiro affannoso sollevava il suo seno rigoglioso che svettava prepotente di mezzo alle corde. Era bendata, non poteva vedermi, ma ero certo che percepisse la mia presenza. Si era collocata di fronte alla porta, nel mezzo esatto della stanza, pronta per offrirsi a me in tutta la sua passiva sottomissione. Dovevo solo fare un paio di passi per raggiungerla e stringerle quel laccio blu al collo per entrare in quel paradiso di passione che tante volte mi aveva promesso, rantolando.
Non ne feci niente. Richiusi la porta lentamente, tornando sui miei passi, sapendo che mi avrebbe odiato per il resto della sua vita e che se avesse potuto, forse, mi avrebbe ucciso per quello che le stavo facendo. O meglio: per quello che non le avevo fatto.

* * *

Tre giorni dopo consegnai il mio rapporto. Consigliai al mio cliente di stare attento. La reputavo un elemento pericoloso. Il suo sguardo rassegnato, mentre mi compilava un secondo assegno, mi confermò che lo sapeva già. Ma non poteva allontanarla perché era il suo elemento migliore, mi disse. A malincuore doveva comunque correre quel rischio.
Non trascorse più di qualche mese che la notizia uscì sui giornali. L'avevo scampata bella. Mentre leggevo la cronaca dei fatti me la figurai con gli occhi della mente. Nuda, bellissima, ebbra di sangue, a cavalcioni della sua vittima che colpiva, colpiva e colpiva, in ampie traiettorie ellittiche mentre il coltello, prima di affondare ancora in quella poltiglia sanguinante che una volta era stata un uomo, schizzava tutto intorno limpide gocce rotonde come perle scarlatte. Se avessi varcato la soglia, quel giorno, ora al posto della vittima avrei potuto esserci io. Mai esca era stata più promettente. Mai ingranaggio più pericoloso era stato messo in moto. L'idolo di pietra si era animato, pretendendo di riscuotere un prezzo equo, in cambio di tanta dedizione. Il tributo a una dea che portava ancora al collo, come un vessillo di vittoria, quell'incredibile laccio blu che per molte notti, ancora, sarebbe tornato a perseguitarmi.
 
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:: Giuseppe Foderaro
Giuseppe Foderaro è nato a Catanzaro nel 1973. Dopo aver vissuto a Roma, nel 2003 si è trasferito a Milano. Già musicista, la sua attività creativa è legata alla frequentazione degli ambienti underground londinesi e newyorchesi. Tra le altre cose, ha scritto racconti per Thriller Magazine, Sherlock Magazine, Progetto Babele e per la guida “Giallo e Noir” di SuperEva.it.

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