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2011
25
Ott

La fine della legalità internazionale

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«Non è l’indignazione a mantenere in vita la democrazia: sono le leggi»
(Antonio Tabucchi)
 
 
I fatti
Ciò che è successo negli ultimi giorni sullo scenario mondiale evidenzia senza alcuna ombra di dubbio che la crisi che sta vivendo la comunità internazionale è ben più grave e profonda di una semplice e ciclica congiuntura economica: ciò che stiamo mettendo in gioco, e stiamo rischiando di perdere, è il concetto stesso di “legalità” come classicamente inteso!
Ma vediamo insieme quali sono questi fatti che possiamo considerare emblematici.
Il 20 ottobre[1], nella città di Sirte in Libia, viene catturato e ucciso il Colonnello Muammar Gheddafi, guida carismatica o dittatore del paese nord africano per più di quarant’anni. Esito quasi scontato di una situazione caotica e disordinata che, nonostante gli ingenti interessi economici delle potenze occidentali (o proprio a causa di questi), non si è voluto governare[2]. Era in corso una rivoluzione guidata a distanza e finanziata da Europa e Stati Uniti, ove la Nato ha contribuito ampliamente ad aumentare il numero delle vittime civili (“danni collaterali”, come si chiamano in maniera asettica nei palazzi del potere); una guerra in piena regola che nessuno, come sempre ipocritamente avviene, ha avuto il coraggio di definire tale almeno sino al momento estremo quando tutti hanno esclamato «Ora, finalmente, la guerra è finita!».
Ecco allora, che nonostante la “copertura” internazionale da parte dei paladini dei diritti umani (USA, Francia, Regno Unito, Italia), nonostante un mandato di cattura emanato dal Tribunale Penale dell’Aja nei confronti dello stesso Gheddafi, nonostante la presenza sul campo di centinaia di “consiglieri militari” europei e americani, abbiamo assistito a quel deplorevole e atroce spettacolo che riporta l’essere umano allo stato di bestia che si inebria del sangue delle sue vittime. E il mondo è rimasto a guardare non mancando, poi, comunque, di chiedere in maniera proditoria l’apertura di una “inchiesta” sulle modalità della morte del Colonnello, quasi non pago di quella overdose di immagini efferate che tutti i media hanno offerto al pubblico borghese.
Qualche giorno dopo, il 23 ottobre[3], altro “spettacolo”: a Bruxelles, a margine della riunione del Consiglio europeo convocato per adottare misure urgenti in risposta alla crisi, il Primo ministro tedesco Angela Merkel e il Presidente francese Nicolas Sarkozy si presentano dinanzi ai giornalisti per una conferenza stampa dopo un incontro a porte chiuse con il premier Silvio Berlusconi. E qui, si apre il “teatrino”: silenzi plateali, sguardi ammiccanti, risatine sarcastiche, parole misurate, omissioni offensive, tanto che la stessa platea, dimentica del rispetto dovuto al luogo e alle istituzioni presenti, si abbandona all’ilarità.
Anche in questo caso, seppur in maniera meno cruenta della precedente, ciò che è stato vilipeso e oltraggiato non è solo la persona del nostro Presidente del Consiglio e il Paese che rappresenta, bensì il sistema giuridico stesso, l’Unione europea e le sue istituzioni, i cinquant’anni di storia e i suoi Padri fondatori, i valori che ne stanno alla base e le centinaia di milioni di cittadini europei, e in maniera più estesa l’ossequio alla legge che i moderni ordinamenti dicono di rispettare.
Qui, invece, si è ostentata una protervia dettata da una duplice consapevolezza: quella innegabile di essere le potenze di riferimento, politico ed economico, del blocco europeo e quella, purtroppo altrettanto vera, di essere di fronte a un soggetto ormai spogliato di qualsiasi legittimità e, dunque, in balia degli eventi che si abbattono su di lui, e sul suo e nostro Paese.
Anche l’Europa, in questo caso, ha abdicato alle proprie tradizioni legalitarie per lasciar spazio ai protagonismi personalistici e l’ha fatto nel peggiore dei modi. Ciò che è stato messo alla berlina non è stato Silvio Berlusconi, ma l’intero sistema dei Trattati europei, da Roma a Lisbona[4], ed è questo che è perito sotto le risate di scherno del mondo intero.
 
Il giudizio
Ma se questa che abbiamo descritto è l’amara situazione in cui si trova la comunità internazionale,  e noi giuristi internazionalisti ne siamo coscienti, quando non corresponsabili, dobbiamo cercare di capirne le ragioni, dal momento che, solo in questo modo, sarà possibile reagire.
Risulta evidente che da tempo siamo immersi in un clima di crisi sistemica diffusa di cui le manifestazioni in campo economico sono solo quelle più apparenti e più facilmente decifrabili perché colpiscono tutti in maniera indifferenziata. Detta crisi ha minato le regole del nostro vivere in società facendo sì che le categorie classiche che si erano venute consolidando nei secoli hanno esaurito la loro capacità di significare, di portare senso, e quindi lasciandoci privi di strumenti per far funzionare la realtà in cui ci troviamo interpretandone i momenti.
Accanto a questo impoverimento degli utensili di cui già eravamo in possesso, per un drammatico gioco di causa-effetto, sono venuti a mancare pure quei riferimenti rappresentati da figure illuminate che potessero elaborare e proporre dei nuovi set di pensieri forti che andassero a sostituire quelle cassette degli attrezzi delle officine filosofiche dei nostri padri.
Abbiamo quindi lasciato consumare gli strumenti interpretativi della realtà che avevamo ricevuto in eredità dal glorioso e travagliato passato e non siamo stati in grado, almeno fino ad oggi, di concepire un nuovo equipaggiamento che fosse all’altezza delle sfide portate dall’età contemporanea, dalla globalizzazione, dalla post-globalizzazione e dall’attuale “glocalizzazione”.
In questa situazione di “vuoto cosmico” risulta spaventosamente facile riempire gli spazi lasciati liberi con un pensiero debole che indebolisce ulteriormente la società civile rendendola così schiava di banditi, mercanti e imbonitori di sorta.
 
La reazione  
A fronte di questo scenario, risulta chiara e improcrastinabile la necessità di un impegno che debba palesarsi a titolo tanto personale quanto collettivo, a livello locale e mondiale, coinvolgendo tutte le componenti della società.
È qui in gioco il futuro della civiltà umana e, per questo, siamo tutti chiamati a compiere del nostro meglio per conoscere a fondo la realtà in cui ci troviamo a vivere e operare e, una volta conosciuta in tutti i suoi caratteri costitutivi, per valutarne con maturità e intelligenza gli aspetti positivi da salvaguardare e sfruttare e quelli negativi da accantonare o modificare.
Dobbiamo “agire” per avviare un cambiamento del nostro mondo: il momento è giunto per realizzare una riforma virtuosa e sostenibile dell’umano consesso.
Noi giuristi dobbiamo apportare il nostro contributo, ma tutti, proprio tutti, devono fare la loro parte e partecipare a questa rivoluzione civile: in caso contrario, il mondo sarà consegnato a ciarlatani e buffoni e non potremmo lamentarcene.
 

[1] Cfr. http://english.aljazeera.net/news/africa/2011/10/20111020111520869621.html.
[2] A tale proposito, si vedano dello stesso A., Il paradosso delle bombe di pace in Libia, in KultUnderground, n.190, 2011, e Giustizia internazionale: quando la legge NON è uguale per tutti, in KultUnderground, n.191, 2011.
[3] Cfr. http://www.youtube.com/watch?v=rPSJoPbG8Oc.
[4] Cfr. dello stesso A., In vigore il Trattato di Lisbona: finalmente l’Unione Europea del XXI secolo!, in KultUnderground, n.173, 2009.

 

 
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:: Davide Caocci

Davide Caocci, nato a Milano nel 1972, ha studiato Diritto ed Economia tra Italia, Francia e Argentina. Esperto in politiche di cooperazione internazionale e sviluppo locale, lavora tra Europa, America latina e Africa, trovando anche il tempo di offrire corsi in università italiane e straniere e scrivere articoli sui fenomeni legati alla globalizzazione. “Semel Scout Semper Scout”.

 
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