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XXIII TORINO FILM FESTIVAL

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XXIII TORINO FILM FESTIVAL

 

La cosa migliore che ho visto a Torino quest’anno è stata la mostra di Robert Mapplethorpe. Sicuramente non la città che speravo di trovare in uno splendido restyling per le prossime ed imminenti Olimpiadi Invernali, e sorprendentemente, invece, ancora grande cantiere aperto che mi fa dubitare sui tempi della fine dei lavori. E neppure il 23° Torino Film Festival mi è sembrato nella sua forma migliore, confermando quell’inversione di tendenza sulla qualità della selezione che si era notata l’anno scorso, partendo sempre dal presupposto che, a mio parere, i due anni migliori delle edizioni cui ho assistito siano stati quelli della direzione di Stefano Della Casa. Ma forse è riduttivo parlare di una peggiore qualità. Forse è stata solo sfortuna, visto che ad una settimana dalla mia presenza al Festival, controllando i premi assegnati, non vi è nemmeno una pellicola da me visionata. Credo però che siano cambiate un po’ le tendenze sulle scelte degli ultimi organizzatori (Giulia D’Agnolo Vallan e Roberto Turigliatto), indirizzati da un lato verso un prodotto più “artistico”, più “alto”, e di presa meno immediata e dall’altro nell’introduzione in maniera massiccia di opere realizzate in digitale, più improntate alla ricerca della libertà creativa e di conseguenza anche più sperimentali, non vincolate da scelte produttive o distributive, che però alla fine tengono meno in considerazione lo spettatore. Spesso, proprio nel caso del digitale, si assiste in realtà non alla realizzazione di un film, ma di una bozza di film, ad idee, ma non ad una struttura ed una trama definita. Ad esempio, in questo festival un film come “Sound Barrier” di Amir Naderi (“Barriera del suono”, USA, 2005, DigiBeta, 110′), girato sapientemente in un suggestivo bianco e nero, propone una coinvolgente storia di un bambino sordomuto alla drammatica ricerca di una testimonianza sulla propria madre e sulla propria infanzia. Il prodotto è apprezzabilissimo, ma ha il difetto di essere un po’ “gonfiato” a tempi cinematografici classici, con la dilatazione temporale delle situazioni, quando probabilmente sarebbe risultata più efficace la scelta di inserirlo all’interno di una storia più complessa e completa. Anche il film d’inaugurazione, “Election” (Hong Kong, 2005, 35mm, 101′, regia di Johnnie To), proiettato dopo il cortometraggio “My Dad Is 100 Years Old”, omaggio di Isabella Rossellini al padre Roberto, non è parso essere una pellicola clamorosa, significativa per l’apertura di un evento di questo tipo. L’impressione generale, sempre vincolata al weekend, come d’altronde anche nelle altre edizioni, è stata non esaltante, anche se facendo il solito parallelo con l’anno precedente, i due film in concorso da me visionati li ho preferiti a quelli dell’edizione del 2004. Il parallelo è d’obbligo quando si parla del Festival di Torino, esistendo quel filo rosso, di cui ho già scritto nelle mie corrispondenze delle edizioni precedenti, che lega ogni edizione con la precedente. Anche se, logicamente, ogni direttore influenza con il proprio gusto le linee dei festival, qui a Torino la continuità è sempre assicurata dalla scelta di accostare forze e persone che fanno parte dell’Associazione Cinema Giovani, a differenza, ad esempio, con Venezia, in cui ogni edizione fa un po’ storia a sé, ed il gusto del direttore del momento è determinante sulle scelte cinematografiche proposte (si vedano le due ultime edizioni di Marco Muller, con la cinematografia orientale a farla da padrone, piuttosto che nelle edizioni di Moritz De Halden più orientato verso il cinema di casa sua, ecc…). Quest’anno Torino con la retrospettiva dedicata a Claude Chabrol sui suoi lavori d’esordio, si lega già a quella dell’anno prossimo, con le opere del regista francese più recenti. Poi ci sono le insolite positive coincidenze, pellicole che si rincorrono e registi che si ripropongono tra un’edizione e l’altra (Raoul Ruiz, Corso Salani fra gli esempi). Tornando ai film in concorso da me visionati, “Alex” opera prima di José Alcala (Francia, 2005, 35mm, 100′), si inserisce bene in un Festival come quello di Torino, che ha sempre avuto un occhio di riguardo verso le opere dei vicini d’oltralpe ed in particolare nel cinema sociale di Robert Guédiguian (al quale il festival ha dedicato nel 1998 una retrospettiva), proponendo una pellicola molto calata in quel tipo di ambientazione. Alex è il nome della protagonista, una ragazza trentenne che la vita ha reso dura, con una travagliata storia familiare alle spalle, divorziata, con un figlio adolescente il cui rapporto vorrebbe riconquistare dopo l’assenza nell’infanzia a cui la giovane età ed il periodo travagliato ha costretto. Vita dura anche economicamente, perché questo passaggio, per una donna che vive in una certa realtà sociale di una provincia lontana dalle grandi metropoli francesi, diventa necessario: comprare una casa per lei ed il figlio, rendesi indipendente economicamente la portano ad impiegare il proprio tempo interamente lavorando, la mattina con un banco di frutta e verdura al mercato locale, il pomeriggio a lavorare nei cantieri, ed il tempo libero ristrutturarsi da sola la casa in cui vorrebbe abitare, “arrangiandosi” a volte, per far quadrare il tutto, un po’ con quello che capita. Ed in mezzo i rapporti umani, che la durezza del suo carattere e dell’ambiente hanno reso complicati. Duro ritratto di donna, in una dura provincia francese (un po’ appunto come nel cinema di Guédiguian), a cui la vita non ha concesso niente e che deve conquistare lottando giorno per giorno, dura come la pietra della casa che ristruttura pezzo per pezzo, in un paese anch’esso di pietra isolato dal mondo, contemplando però una splendida vista sulla natura e probabilmente sulla sua vita che forse un giorno riuscirà ad avere.

Il secondo film in concorso da me visionato è stato “Sieben Himmel” di Michael Busch (“Sette Cieli”, Germania, 2005, 35mm, 92′), classica storia d’amore travagliato, girata in una Berlino (?) underground dove i protagonisti, uniti dal caso, appartengono a mondi abbastanza differenti. Ci si trova in questo modo ad essere rimbalzati fra gli ambienti dark della protagonista (in perfetto stile gothic girl), che spaziano (utilizzando il mezzo comune di internet) fra giochi di ruolo e sesso on-line, ai corsi universitari sulla filosofia della Setta medievale dei Catari ed al lavoro di guardiano notturno che appartengono invece alla sfera del protagonista maschile, una sorta di Robinson Crusoe che vive su una fantomatica isola, in un parco nel pieno centro Berlino (boh?). Due mondi apparentemente inconciliabili che non si appartengono, ma che il regista forza nel mettere a contatto e che ovviamente finiranno tragicamente, come ogni vero grande amore appassionato. Il tutto girato in maniera abbastanza sperimentale, con immagini fuori fuoco e con effetti onda traballanti, montaggio in cui i flashback si confondono nelle sequenze temporali, per giustificare il tema onirico della memoria che il regista vuole rappresentare. Lavoro frammentario, ma che in alcune parti risulta essere logico e credibile, e che in definitiva può essere apprezzato.

Andrea Leonardi

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