KULT Underground

una della più "antiche" e-zine italiane – attiva dal 1994

Unknown Pleasures, Closer (Joy Division)

6 min read

JOY DIVISION – UNKNOWN PLEASURES, CLOSER

 

 

 

Credo che ogni anima viva nella ricerca di affinità elettive, di espressioni speculari perfette nell’alterità, di utopiche ideali totali convergenze. Vaghiamo, trascinandoci, sprigionando furore e speranza e dolore, desiderando che l’arte ci sostenga, ci rigeneri, ci sappia elevare; che sia un sentiero per un infinito mondo di bellezza e verità.

La mia anima ha salutato nella musica dei Joy Division e nella poesia di Ian Curtis il canto più vivo e miracoloso; accompagnato nel tempo dalla loro rabbia e dalla loro disperazione, ho accettato che il dominio della lotta non conoscesse fine.

 

Ian Curtis è un giovane cantante e poeta di Manchester; se ne è andato a ventitré anni, stremato dalla sofferenza per un male oscuro che si nutriva di lui, impietosamente. Ha deciso di rifiutare l’epilogo logico del cammino che aveva intrapreso: la gloria, la corrispondenza perfetta dei suoi sogni e dei suoi sentimenti nella realtà, l’amore di chi si riconosceva nella sua musica. Oggi, quanto ha scritto e composto e ideato assieme ai Joy Division è cristallizzato, immortale.
Il primo disco, l’unico pubblicato mentre Curtis era vivo, è Unknown Pleasures; per inquadrare il genere, è necessario considerare che si tratta di una anticipazione dei primi Cure, dei primi Bauhaus, di certe sonorità dei Siouxsie: un disco dark rock, successivo all’esplosione del punk che pure non è alieno dalle sonorità dei Joy Division.

Dieci canzoni di una bellezza micidiale; merita una segnalazione “New Dawn Fades“, la quinta traccia. Sottofondo perfetto d’una introspezione destinata a svelare le angosce e a scavare baratri:

 
Still occupied, though you forget

Different colours, different shades

Over each mistakes were made

I took the blame

directionless, so plain to see (…)


We’ll share a drink and step outside

an angry voice and one who cried

We’ll give you anything and more

The strain’s too much

Can’t take much more.

 
La voce di Curtis si fa sempre più crepuscolare, profonda, cupa; naufraga coraggiosamente nel rimpianto, nella consapevolezza affonda la bandiera della memoria.

La sesta traccia è “She’s lost control“; contemplazione nitida delle contraddizioni e delle sofferenze di una donna, del suo tentativo di recuperare equilibrio e armonia. È uno spaccato di una crisi nervosa. Privo di retorica: esatto. I could live a little there / In the midst of the light / When the darkness closed in / I could have broke down and cried / I could have a little / In the white of light / When the change is gone / When the caring is gone / To lose control.


Shadowplay” è tra le canzoni citate da O’Barr nel fumetto del Corvo; assieme ai musicisti Albrecht ed Hook, che prestano il nome ad alcuni personaggi. “I remember nothing” chiude il disco. Lo sguardo si fa spettrale, notturno; sembra di assistere ad una processione segreta, alla rivelazione compiuta dei patti e delle promesse degli uomini.

 
Disorder“, la traccia di apertura, ha la carica furibonda e la desolazione di “Warsaw“, uno dei primi singoli, presente nell’antologia postuma Substance; “Candidate” è introspettiva e inquietante e onirica.

 

Un richiamo al quarto brano, “Insight“, titolo caro anche ai Depeche Mode (che qualche debito coi Joy Division lo hanno, e ben evidente, nelle sonorità più malinconiche e intimiste, almeno): ecco la dichiarazione di diritto all’esistenza del poeta Curtis:

 
Guess the dream always end / They don’t rise up just descend / But I don’t care anymore / I’ve lost the will to want more / I’m not afraid, not at all / I watch them all as they fall / But I remember, when we were young. (…) For all the people out there / I’m not afraid anymore.

 
Ian era sposato, aveva una bambina. Mentre scriveva questi versi si avviava alla separazione dalla sua compagna Deborah; le crisi epilettiche, considerate alla stregua di un’esibizione da certa parte del pubblico durante i concerti, si erano fatte più frequenti; il senso di isolamento e di distacco più acuto; le incomprensioni domestiche si erano aggravate. Aveva un’amante, ma restava unito alla sua compagna, indissolubilmente. Nella biografia dedicata a Curtis, Deborah ha tentato di discolparsi dalle responsabilità del suicidio di Ian. Non sapremo mai la verità.

Nella sua stanza, ascoltando un disco di Iggy Pop, The Idiot, il giovane vecchio, disperato e folle, se ne è andato. La morte era uno stupendo miraggio. Richiamo insostenibile. Postumo uscì il secondo e ultimo album, Closer. Etichetta Factory, 1980. Un disco imperdibile: non solo per i cultori del dark rock, non solo per gli amanti della poesia. Questa è opera da navigatori di torrenti infernali, da cultori della luce eterna.

 

This is the way, step inside…


Isolation“, la seconda canzone, ha il soffio rabbioso della confessione, della resa gloriosa del disertore. Da ascoltare di notte, al massimo del volume, concedendosi alle fiamme del pensiero.

 
Carefully watched for a reason / Mistaking devotion and love / Surrendered to self preservation / from others who care for theirselves / But life as it touches perfection / appears just like anything else.

 

La perfezione. La perfezione. Appare come qualsiasi altra cosa.

 

Isolation / mother I tried please believe me / I’m doing the best that I can / I’m ashamed of the things I’ve been put through / I’m ashamed of the person I am. (…) But if you just could see the beauty / These things I could never descrive / Pleasures and wayward distraction / Is this my wonderful prize? / Isolation.


A means to an end“, la quinta canzone delle nove del disco, fa rimbombare il monito del Curtis: il suo saluto a chi ha tradito la speranza, frainteso la poesia, cancellato l’amore.
I always looked to you. I put my trust in you. I put my trust in you, in you, ripete, freddo, tagliente, stremato. Come bassa e grave diventa la voce di Ian; come viva e vera rimbomba e risuona e grida, adesso.

 
The past is now my future“, predice in “Heart and Soul“; e qui chi ama la sua musica cade in ginocchio. Ecco l’annuncio che Curtis stava dando. Ecco l’ultima comunicazione.
The present is well out of hand, heart and soul, one will burn.

 
Robert Smith è il fratello di Curtis; interpreti unici e perfetti dell’isolamento, della disperazione, della solitudine; di quei momenti, di quei periodi delle nostre vite consacrati all’ombra, alla ricerca, alla minima accettazione del dolore. Mi piace accostare la struggente “The eternal“, penultima canzone di Closer, alla splendida “Atmosphere“, ballata presente sempre in Substance; si tratta di momenti in cui il poeta offre i colori e la dolcezza della sua anima, con una franchezza, una serenità e una tristezza che lacerano il cuore. Ti inchioda al pavimento: ascolta, dice Curtis, sono perduto ma non devi; non devi, no; non devi dimenticarmi.


Try to cry out in the heat of the moment / Possessed like a fury that burns from inside. (Just watching the trees and the leaves as they fall).

 
E guardiamo allora gli alberi e le foglie cadere; si dissolve il giardino di Ian Curtis. Still e Substance raccolgono inedite, b-sides, live e canzoni incomplete; tuttavia, al di là di quanto vi ho detto, non sento di andare. Preferisco considerare in queste pagine solo i due album che Curtis ha inciso e immaginato e disegnato nell’ordine; qui è il suo cammino, qui il suo sogno, qui il mio dolore di amante del rock e della poesia.

 
DISCOGRAFIA ESSENZIALE e GENESI DEL GRUPPO

 

Substance, Factory, 1988.

Closer, Factory, 1980.

Unknown Pleasures, Factory, 1979.

 
Manchester. I Joy Division si formarono tra il 1976 e il 1977, quando Bernard Dicken (Albrecht), Peter Hook e Terry Mason, amici dai tempi della scuola, si unirono ad Ian Curtis. Primo nome della band fu Stiff Kittens; quindi Warsaw; finalmente Joy Division, nel 1978.

Il nome del gruppo deriva dal romanzo di ka-tzetnik 135633 intitolato House of dolls. Dopo la morte di Curtis, i Joy Division hanno formato i New Order. Altra musica, altro cammino.

 
Love will tear us apart.

 

Gianfranco Franchi, “Lankelot”

Commenta