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La fermata tra gli alberi

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La fermata tra gli alberi

Dentro una stanza bianca con porta blu su un lato, senza finestre. L’intonaco si scrosta dalle pareti lasciando intravedere delle chiazze azzurrine. Al centro sta un tavolo quadrato arancione al quale sono seduti due uomini. Il primo indossa una vestaglia verde smeraldo, il secondo sta dentro un camice bianco. Sul tavolo è poggiata una cartella cartacea di medio formato. L’uomo in camice bianco la apre e ne trae fuori alcuni fogli, li passa con gli occhi. Ora fissa lo sguardo sull’uomo in vestaglia che gli è di fronte. Si stira le labbra.
"Qui ti avranno fatto molte domande…"
L’uomo in vestaglia verde traccia col capo dei movimenti concentrici.
L’altro gli sorride. "Vorresti tu farmene una?"
"Posso?"
"Sì."
L’uomo in vestaglia allarga la bocca. "Lei viaggia in autobus?"
"No. Perché mi fai questa domanda?"
"Mi capita spesso di dover prendere l’autobus per il lavoro che faccio…"
"Quale lavoro?"
"Io sono un controllore."
"Controlli i biglietti?"
"Proprio quelli."
"Ora capisco, continua pure." L’uomo in camice appunta qualcosa su foglio bianco.
"Comprenderà che col mestiere che faccio ne vedo di tutti i tipi, di gente…"
"Certo."
"Ci sono delle gran brave persone sugli autobus, per carità, ma certi…certi non li sopporti: non timbrano il titolo di viaggio…il biglietto, insomma. E poi pretendono da te che tu non gli faccia la multa… Ridicolo, vero? È come chiedere a un contadino di non seminare."
"Sì?"
"È una questione di etichetta professionale, mica di essere buoni o stronzi…Un po’ anche voi siete così, no?"
"Se credi…"
"Anch’io volevo essere dottore quando ero piccolo; mia madre buonanima era contenta di questo e diceva a tutti: da grande sarà dottore; poi però ho scoperto di non essere portato per lo studio, e vivere si deve vivere, no? Trovai questo lavoro un po’ per caso, nel senso che non credevo di esserci portato."
"Buonanima?"
"Nel senso che è morta."
"Quando è successo?"
"Dieci anni fa; di vecchiaia. Era già avanti con gli anni quando io sono nato."
"E tu quanti anni hai adesso?"
"Ne ho quarantasette."
"Mi risulta che tu ne abbia cinquanta…"
"Ne ho quarantasette. Sono nato a settembre, il 3 di settembre del 1949."
"Continua a raccontarmi quel che ti è successo."
"Ancora una volta?"
"Sì."
"Come vuole lei…
Le dicevo che io sono un controllore. Ogni giorno noi controllori abbiamo una lista di linee di autobus da controllare; le controlliamo proprio tutte: facciamo il nostro dovere noi. Ci sono linee più affollate e ce ne sono altre che lo sono meno. Su tutte però c’è qualcuno che non timbra il titolo di viaggio; e sentisse le storie che ti racconta: mi è nato un figlio e vado in ospedale… sono straniero e non lo sapevo che i biglietti si comprano qua e là…. mia madre è morta; tutti tirano fuori i loro numeri migliori. E tu lì a spiegargli che a te non interessa proprio, che devi fare il tuo lavoro e che comunque non ce l’hanno il biglietto."
"Non ti è mai successo di dover prendere l’autobus senza avere il biglietto?"
"Al massimo mi è successo di ritrovarmi con la macchina senza benzina."
"Va’ avanti."
"Che le stavo raccontando? Ah, sì. Le linee cambiano e il lavoro è sempre lo stesso: ascoltare le storie dei passeggeri senza biglietto fin quando non si rassegnano e ti mostrano un documento. Poi lasci loro la multa, li saluti e scendi alla fermata successiva."
"Un lavoro molto stressante…"
"L’importante è metterci l’anima dentro: ogni multa un pezzo di anima. E non pensarci troppo."
"Arriviamo al dunque…"
"Certo….
Mi trovavo su linea abbastanza facile, poco affollata: la numero 18. Era stata una giornata tranquilla, anche se un po’ insolita: nessuno sprovvisto di titolo di viaggio. Strano, avevo pensato, non mi capiterà dal 1977. Non mi ci ero soffermato più di tanto, comunque. Erano ben altri i pensieri che mi stavo sforzando di focalizzare. La bolletta del telefono era di £245.000 o di £345.000? E quante multe servivano per coprire la bolletta del gas con relativo conguaglio? Insomma, si erano ormai fatte le sei di sera, era ormai buio, faceva un gran freddo e io ero tutto preso dai miei pensieri. Mi trovavo sul 18, eravamo ormai quasi al capolinea dell’ultima corsa quando mi accorsi che sul pavimento di gomma del corridoio stava una sciarpa marrone di lana grossa, di quelle che quando le tieni sugli occhi ci vedi attraverso. D’istinto chiesi di chi fosse: m’ero dimenticato che sul bus non c’era più nessuno. Giacomo, l’autista mi guardò ghignando e io, tanto per scherzare gli detti un sberleffo sul cappello.
"È mia: scusi, me la potrebbe ridare? Dovrei scendere."
Mi voltai di scatto e mi vidi a tre passi di distanza una ragazza coi capelli colorati di azzurro e più nuda che vestita, nonostante fosse autunno inoltrato. Mi si fece più vicina. Da dove era uscita fuori adesso questa?
"Dovrei proprio scendere…"
Mi prese di mano la sciarpa e si diresse verso la portiera centrale, suonò il campanello. L’autobus iniziò a frenare. Quando fummo ormai fermi e le portiere si erano già aperte le chiesi ad alta voce: "Ce l’hai il biglietto?"
La ragazza scese facendo finta di non sentire: non ce l’aveva. Chiesi a Giacomo di aspettarmi e scesi di corsa dietro a quella furfante. Scelsi la serata sbagliata: oltre a fare freddo, dopo qualche istante da che avevo iniziato l’inseguimento calò una gran nebbia. Questo però non bastò a farmi desistere dal trovarla. Avevo camminato per pochi metri quando senza pensarci mi voltai indietro: Giacomo non c’era più, né lui né l’autobus. Restai immobile per non so quanto, intorno c’era soltanto una fitta nebbia lattiginosa che lasciava trasparire giusto qualche magro tronco d’albero. Sentivo l’umidità fin dentro le ossa. Dopo un po’ da ero lì fermo mi voltai per tornare sulla strada. Fu a qual punto che avvertii la sua voce; mi stava chiamando. Piangeva? Non riuscivo a distinguere bene. No, piuttosto soffocava un ridere sdentato. Era una situazione davvero imbarazzante: mi stava prendendo in giro! Mi diressi verso il punto da cui avvertivo le sue risa, non poteva che essere la ragazza coi capelli azzurri. E infatti era lei, a momenti ci sbattevo contro: stava di fianco a uno di quei tronchi sottili, quasi la si confondeva con l’albero a non prestarci attenzione.
"Favorisca il biglietto." Prese a ridere più forte di prima.
"Io non ci trovo niente da ridere…non scherzo mica, sa?"
Mi fece una faccia a forma di U.
"Mi favorisca i suoi documenti."
"Perché?"
Le poggiai la mia mano sinistra sulla spalla.
"Non ce li ho mica."
"Li favorisca…"
"Se vuoi puoi cercarli: li ho nascosti qui vicino…"
La faccia mi doveva essere diventata azzurra: senza rendermene conto le stavo buttando la mia mano destra contro la faccia. Al contatto col palmo della mano la ragazza cadde in terra. Mi piegai sulle ginocchia ad osservarla meglio: la bocca viola era gonfia di sangue e una chiazza brunastra si stava allargando in terra sotto la testa. L’ho uccisa, mio dio, l’ho uccisa!!, dissi tra me, e non so quanto tempo passò da che me lo andavo ripetendo quando quella riaprì gli occhi e riprese a ridere.
Si alzò di scatto, arrivandomi fin sotto al naso; si scostò i capelli azzurri chiazzati di arancio dinanzi agli occhi, mi osservò dalla testa ai piedi e mi chiese di raccogliere da terra il suo sangue, che ora doveva scendere. Io raccolsi la terra sporca di sangue tirandola su con le dita e gliela porsi. Lei la prese, se la infilò nelle tasche strette e andò via con gli occhi bassi.
Io rimasi lì a guardare, fin quando non scomparve. Avevo preso a cercare la strada che porta a casa, quando incontrai la pattuglia della polizia. E mi chiesero dove fosse la ragazza coi capelli azzurri e io risposi loro che i suoi capelli si erano chiazzati di arancio e che se n’era andata e indicai in che direzione. Ne arrivarono altri che la cercavano."
"È andata così?" L’uomo in camice bianco tiene il tappo della penna in plastica blu stretto tra i denti.
"Sì."
"Però da qui non risulta…"
"Davvero?"
"Per oggi può bastare."
Entrano altri due uomini. Sollevano l’uomo in vestaglia verde smeraldo tenendolo per le braccia e lo conducono fuori di là dalla porta blu.

Christian Del Monte

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