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Baraccano

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Baraccano

Per questa nostra polvere Io
ti ringrazio, Ciambellano

La stanza da giorno aveva pareti scure, quasi verdi; io ero sopra il divano di lato alla porta che dà sul corridoio. Accesi il televisore: sullo schermo si andava disegnando l’immagine di una donna vestita di rosso. Teneva in mano fogli bianchi su cui gli occhi le si poggiavano a tratti senza soffermarsi, la voce in asincrono col movimento delle labbra.
Presentatrice TV
Gentili telespettatori, buonasera. Ecco i programmi di prima serata. Alle h 20.20 "Gli ultimi giorni di un metalmeccanico", sceneggiato in quattro puntate realizzato da RAI UNO in coproduzione con il secondo canale della radiotelevisione polacca. Questo il riassunto della prima puntata. Peppe è un operaio milanese che divide la sua vita tra amici, fabbrica, partito comunista e Maria Rosaria, la sua ragazza. La loro vita scorre tranquilla, fin quando non incontra in una malfamata sala da ballo Teresa, una donna matura e di dubbia reputazione che lo travia. Tornato a casa dopo tre giorni di assenza, Peppe trova sul suo letto Maria Rosaria, per la quale sente di non provare più alcun sentimento. La ragazza l’insulta, gli dice che devono parlare. Ma ora vi lasciamo alla seconda puntata. Vi auguriamo una buona serata.
L’immagine sfuma in uno squittire di trombe; rumori si sovrappongono a una melodia tenue. Primo piano del volto di Maria Rosaria: "Mi hai messa incinta." Peppe è ancora sulla porta. "Non è possibile…"
La stanza è illuminata a giorno da mille ceri rossastri sparsi intorno al letto a disegnare arabeschi. Maria Rosaria si alza dal letto: ora è in piedi; cammina tra i ceri. Peppe segue i movimenti delle zone chiaroscurali che le si disegnano sul corpo ad ogni nuovo movimento. "Di quanto?"
Maria è già sulla porta, gli si appressa "Cosa cambia…" Gli prende le mani. Se le porta alla bocca, apre le labbra. Segue con la lingua la forma delle nocche. Peppe le scosta di scatto. "Puoi abortire, dico…"
"Credo…sì, insomma." Lei lo fissa. Ora abbassa lo sguardo. Sente il respiro affannato di Peppe: "Quanto costa?" Maria Rosaria si allontana, si volge verso il letto. "Non l’ho chiesto." Ora è china sui ceri, prende tra le dita le fiammelle, che soffocano. Peppe si fruga nelle tasche, trova il suo pacchetto di sigarette MS; ne sfila una e l’accende con un fiammifero. "Non è importante." Maria Rosaria si rialza veloce e va in direzione di Peppe. "Dici?" I capelli ramati ammassati come lana vetro si scompongono nella luce verde smeraldo che ora cade giù dal soffitto.
Peppe le sorride. "I soldi si trovano." Spire grigie di fumo di tabacco avvolgono Maria Rosaria, le fanno girare la testa. "I soldi…"
"Non ti preoccupare." Peppe le sorride. Le immagini si scontornano. Si percepisce un brusio di insetti di ossidiana. "E se non abortisco?" Il pavimento si sfa in cromatismi verdi intelaiati a frequenze disomogenee. "Ma tu lo vuoi davvero?" La voce è atona, metallica.

Spensi il televisore, mi passai le dita sugli occhi; mi tirai la schiena sulle nocche. Roteai il collo. Chiamai per nome Giovanna; non mi rispose. Mi stavo alzando in piedi quando vidi il corpo di Marta staccarsi dalla porta di fianco al divano. Mi chiese se l’avessi chiamata. Le dissi di no, che cercavo Giovanna e che in Tv non trasmettevano niente: la storia di una tipa che aspetta un bambino e non vuole abortire e altre menate così. Marta sgranava gli occhi e mi si faceva di fianco affondando dentro il divano: io le chiedevo cos’avesse fatto quel pomeriggio e cosa le restava da fare quella sera. Io sì che aspettavo Giovanna, certo. Dici che stasera non passa…vero?? Aveva telefonato quando non c’ero: andava non so dove e non faceva in tempo a passare. Nel dirmelo Marta arcuava le sopracciglia, si gonfiava nelle gote, con me che sorseggiavo birra. Le chiesi una sigaretta, che le ho lasciate a Giovanna, mica lo sapevo che poi quella non passa…no, se è l’ultima non importa; dai, giusto tre tiri. Prese a ghignare, mi chiese se c’era già pronto il caffè; non so se ne ho voglia: tu fallo. Osservavo in silenzio il corpo di Marta spostarsi verso il cucinotto. Ormai sulla porta, mi fissava qualche istante per poi oltrepassarne la soglia.

"Il caffè è pronto!"
Marta si sporge dalla porta blu che mette in comunicazione il cucinotto con la stanza da giorno. Si tiene con le dita allo stipite. Il busto le si sbilancia in avanti. "Ne vuoi?"
Le sorrido. "Forse non mi va."
"Te ne lascio un po’, anche se poi è freddo…"
Esce dal cucinotto con in mano una tazza traboccante di caffè per posarla poi sul tavolo quadrangolare sul bordo della stanza, a destra del divano. Si lascia andare sulla sedia di polvere in stoffa e velluto. Piega le labbra nel fissare la tazza. Questa è in porcellana bianca con sei incanalature che ne sfrangiano il volume, poggia la base sul tavolo arancione in legno. Marta, arcuate le labbra, inclina la tazza: il caffè si rovescia sul tavolo. Ora la tazza poggia su un’incanalatura, con la base perpendicolare all’asse di legno. Questo è chiazzato di macchie brunastre che si svolgono dense tra venature affiorate sulla vernice. "Caldo?"
Marta affonda il dito indice nel liquido e lo porta alle labbra. Mi sorride.
"In parte."
Rido. Prendo la tazza tra le dita. Lego gli occhi ai capelli di Marta.
"Ti va se compriamo le sigarette?"
"Va bene. Qui vicino?"
"Perché, dove vuoi andare?"
"Dai, andiamo."
Scendiamo in fretta le scale; oltrepassato il portone siamo in strada. "Vieni di qua." Siamo in via S. Stefano, camminiamo in silenzio verso la Porta. D’un tratto Marta si ferma. "Ti piace qui?"
"Il Baraccano dici?"
"Ti piace?"
"Non so." Mi tengo le mani nelle tasche, le dita si stringono nelle maniche.
"Ti va se ci andiamo? Tanto il tabacchi è qui dietro, non ci si mette niente…"
Senza aspettare Marta è già di là oltre l’arco. Io resto fermo, le gambe irrigidite dal freddo. Lei si volta, torna lentamente indietro; mi tiene tra le braccia fino a farmi sentire le ossa. "Hai freddo?" Le cerco l’aria tra le costole perché non ci resti niente da dividere.

Christian Del Monte

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