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2006
5
Apr

Il Caimano

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Era necessario un film su Berlusconi? Naturalmente no. Nanni ce lo confessa subito appena appare. E' in macchina, impegnato nella solita rappresentazione di se stesso (canta, ha in progetto una commedia) e ci confida il suo pensiero.  Chi voleva sapere da tempo sa e chi non voleva sapere si è chiuso le orecchie e basta. Quindi il pericolo di un film su Berlusconi è quello di ripetere sempre le stesse cose, quelle che tutti ormai sappiamo (e che forse è bene ricordare, visto mai uno se ne dimentichi). Il bello (o il brutto) della situazione politica italiana è che tutta questa follia parlamentare è alla luce del sole. Sappiamo bene chi è Berlusconi, quali sono i suoi intenti, quale è la sua storia. L'unica cosa che non sappiamo è come abbia fatto a vincere le elezioni. La speranza, adesso, è che la storia non si ripeta.

Quindi dicevamo: un film su Berlusconi è inutile (se non per rinfrescarci la memoria).

Infatti la vera importanza del film, al di là delle solite ossessioni e dei risaputi feticismi di Nanni, è nell'essere riuscito a raccontarci una storia. Una storia vera, sofferta, reale. Quella di una coppia, con figli, che non si ama più. Di due persone, ormai adulte, che hanno perso il reciproco affetto e che devono fare i conti con questa nuova situazione. In questo Nanni è bravissimo, soprattutto in fase di sceneggiatura, nel ritrarre con precisione e lucidità una situazione diffusa tra i quarantenni e i cinquantenni di oggi (i miei genitori compresi). Quella cioè di una famiglia non più sufficentemente funzionale alle esigenze delle persone, quella di uomini e donne che arrivati ad una certa età non sono più soddisfatti della loro vita e cercano nuovi modi per cambiarla e cambiarsi. E allora merito a chi ha il coraggio di raccontarci qualcosa di personale e allo stesso tempo comprensibile da tutti, fuggendo dalle ipocrisie televisive e delle fiction e riappropriandosi di quella vita che nei suoi alti e bassi ci appartiene più di ogni altra cosa.

Quindi il valore politico del film, più che nel manifesto (ma neanche tanto) attacco a Berlusconi, è proprio nella riscoperta di una dimensione del racconto (attraverso soprattutto la grande umanità dei suoi personaggi) che ci renda nuovamente partecipi del nostro mondo. Bruno e Paola (i bravissimi  Silvio Orlando e Margherita Buy) siamo noi o meglio è la generazione di Moretti, dei miei genitori, dei miei zii. E io guardandoli sullo schermo ho ritrovato tanti dei pregi e delle debolezze che ho riscontrato in loro nella mia vita reale. Il cinema (ri)diventa quindi un mezzo utilizzato per raccontarci qualcosa su come siamo e su come potremmo essere. Nanni nasconde nel suo scrigno piccole perle emotive che aspettano solo di essere trovate. La ricerca di un pezzo di Lego, un maglione fatto a pezzi, una corsa sul Lungotevere, due macchine che si (in)seguono, un concerto di un coro.

Sono le piccole cose a costruire questo film. Ed è in questo il suo valore.

Il resto è quello che ti aspetti da Moretti. Ci sono alcuni spaccati divertenti (ma anche molto tristi) del panorama cinematografico italiano, ci sono personaggi azzeccati (quello di Michele Placido) altri un pò meno (quello di Jasmine Trinca, sembra tutto tranne una che vuole fare un film) e c'è tutto quello che uno vorrebbe sentirsi dire su Berlusconi, le sue puttanate e i suoi siparietti (quello al parlamento europeo è davvero agghiacciante).

Quindi niente a che fare con Michael Moore o con un attivismo cinematografico e politico, qui Nanni ritorna ad esser un ottimo narratore che riesce a camminare in equilibrio tra il sociale e il privato senza mai cadere.

Non serve certo un film a cambiare il nostro destino, per quello ci vogliono teste e menti ancora autonome.

Insomma ci vuole cervello.

Quella cosa che abbiamo in testa e che molti in questi ultimi tempi hanno gradualmente spento.

Tanto di accesso c'era sempre qualcos'altro.

Quella televisione, idiota e puttana, che ci suggerisce quello che bisogna fare.

Falsa coscienza di cui veramente non sappiamo più che farcene.

 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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