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2009
27
Dic

Welcome

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Attraversare La Manica a nuoto per raggiungere l'Inghilterra. E la ragazza che ama. E un lavoro. E forse una vita migliore. Questo il sogno di Bilal, un ragazzo diciassettenne di origini curdo-irachene, che si ritrova a Calais, in Francia, con tanti altri ragazzi e uomini che come lui scappano dal proprio paese di origine in cerca di condizioni migliori nelle quali vivere.
E la clandestinità. Il reato di clandestinità. Forse uno dei crimini peggiori inflitti dai governi di oggi nei confronti degli esseri umani. Accusare un proprio simile di una colpa che non esiste, quella di essere diverso da te, di provenire da un Paese che non è il tuo. Le barriere erette dall'Occidente capitalista e consumista nei confronti del resto del mondo hanno qualcosa di barbaro. Il lasciare al proprio destino popolazioni che per secoli sono state sfruttate dagli occidentali e il voltare le spalle ai popoli in cui si è cercato di esportare la propria democrazia attraverso la guerra danno il senso dell'atroce ipocrisia che sta alla base del nostro benessere.
Bilal conosce poi un uomo, Simon, un istruttore di nuoto. Anche lui in una fase difficile della sua vita. Un divorzio. Gli ultimi sguardi e contatti con una donna che ancora ama. Come confessa con una disarmante umanità nella scena in cui cerca di toccare ancora il corpo di lei e attraverso le immagini vibrano proprio quelle emozioni, quelle sensazioni, di quando sai che una persona si allontanerà da te per sempre e non potrai più tenerla stretta fra le tue braccia. Mai più.
Lo sguardo del regista penetra nell'atroce condizione in cui si trovano a vivere i clandestini, nei loro disperati tentativi di passare le frontiere. Penetra nell'orrore della società, della polizia che perseguita persone bisognose di aiuto e coloro che decidono, con il proprio amore o le proprie idee, di aiutarli. Welcome, titolo ironico e beffardo, è una testimonianza importante sullo stato delle cose, su come il mondo stia velocemente virando verso nuove forme di fascismo, chiudendosi al prossimo, nell'inutile tentativo di preservare storie e culture ormai decadute e marce, senza capire che l'unica speranza è quella di una evoluzione sociale che faccia proprio del diverso il suo fulcro, nella ricerca di una ricchezza umana che sia condivisione e non esclusione.

 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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