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2009
23
Nov

Diary Of The Dead

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George Romero aggiorna la sua invenzione più famosa, quella del morto vivente e la inserisce all'interno di una riflessione sul potere dell'immagine e sul rapporto tra essa e la realtà. Lo zombie non è più una metafora della diversità sociale o del consumismo compulsivo quanto un corpo capace di distruggere con la sua sola presenza e quindi con la sua immagine l'ordine costituito. La società si trasforma velocemente, i morti viventi aumentano di giorno in giorno, l'anarchia regna sovrana, i tratti distintivi dell'uomo tendono a quelli animali, sopravvivenza e sottomissione. Sparisce qualsiasi forma di organizzazione, piccoli gruppi armati si contendono munizioni e viveri. Romero lascia però queste informazioni come sottotesto di una storia che si focalizza su un gruppo di ragazzi che stanno girando un film dell'orrore e si ritrovano a documentare i terrificanti eventi di cui sono testimoni. Ed è infatti una testimonianza quella che Jason vuole lasciare con le sue riprese. La cruda realtà, dunque.
E proprio su questo lavoro di continua registrazione del reale, di divisione dei punti di vista (le videocamere dei ragazzi, quelle del sistemi di sorveglianza) si basa la riflessione teorica di Romero, che si pone domande sul valore di un documento audiovisivo e sulla sua capacità di aderire al reale in un mondo in cui in pochi anni si sono moltiplicate a dismisura le possibilità di riprenderlo (cellulari, videocamere), falsificarlo e poi riprodurlo in rete (youtube).
L'informazione si frammenta in milioni di occhi meccanici puntati su eventi che si susseguono in ogni parte della Terra. Milioni di video che allo stesso tempo svelano e mistificano la realtà. Il nostro rapporto con il mondo, filtrato dalla tecnologia, diventa dipendente da esso. E alla fine, solo quello che appare su uno schermo, è reale.
Questo il pericolo più grande di tutti. Che non sia più il mondo sensibile a creare un'immagine ma l'esatto contrario. Che sia l'immagine a plasmare il mondo e il nostro vivere sociale. E con esso, il nostro cupo futuro.

 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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