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2006
4
Apr

La vita segreta delle parole

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Di quante cose ci dimentichiamo mentre mangiamo e ruttiamo davanti alla televisione? Di quante guerre ci siamo scordati? Di quante vittime, solo perché non facevano più notizia, non abbiamo saputo più niente?

Eccolo il valore di questo film. Quello di rinfrescarci la memoria. Di dirci che intorno a noi forse ci sono ancora delle persone che portano i segni di quelle guerre di cui abbiamo smesso di interessarci. Persone forse silenziose, schive, solitarie. Persone che si sentono colpevoli per avercela fatta, per essere sopravvissute all'orrore. Ecco a cosa siamo arrivati.

Prodotto da Almodovar e fratello (veramente coraggiosi, questa volta) diretto da Isabel Coixet, il film parte lento e in sordina.

Vediamo una donna lavorare in una fabbrica, mangiare sempre le stesse cose, vivere in una casa triste e vuota. La vediamo poi partire per una vacanza (le è stato consigliato dal suo datore di lavoro), prendere una camera d'albergo, andare a cenare in un ristorante cinese.

Poi sente qualcuno parlare al cellulare, c'è bisogno di un'infermiera per curare un uomo ustionato su una piattaforma petrolifera. La donna si offre, arriva sulla piattaforma, conosce l'uomo che dovrà curare.

Fino a qui niente di speciale. La regista ha una mano vibrante e nervosa, molti primi piani, bellissime inquadrature del mare e della piattaforma, con le sue luci e il suo fascino.

Il rapporto tra Hanna (una grande Sarah Polley) e Josef (Tim Robbins) inizia a costruirsi molto lentamente, si scambiano alcuni piccoli segreti, alcuni sorrisi. Lei cura le sue ustioni, gli dà gli antidolorifici, lo aiuta nel senso più umano di questa parola..

Ma nello sguardo e nel comportamento di Hanna c'è sempre un distacco, una freddezza. Josef sembra accorgersene, cerca di farla aprire.

Poi succede quello che ti fa capire il senso di quanto hai visto fino a quel momento. Succede che il cuore della donna si apre. Succede che le cose che inizia a dire incominciano a entrare nel tuo di cuore. Succede che l'orrore che avevi dimenticato inizia di nuovo a prendere forma. E quando Hanna apre la sua camicetta e prende la mano di Josef per fargli sentire quello che i soldati serbi le hanno lasciato sul corpo, allora finalmente capisci.

Che il dolore e la sofferenza di Josef non sono niente in confronto a quello che ha dovuto subire Hanna. In uno sconvolgente ma allo stesso tempo dolcissimo cambiamento di prospettiva capisci di quanto a volte la vera sofferenza sappia nascondersi in profondità. Ed è in questo momento che i nostri sensi di colpa iniziano a prendere il sopravvento. Per essercene sempre fregati di quello che in realtà succedeva nel mondo. Di essercene sempre fregati delle vittime di ogni guerra e di ogni strage.

Perché è questa la verità.

Ci sbattiamo per la guerra del momento, urliamo tutto il nostro disgusto e la nostra vergogna e poi basta. Le guerre passano e ne vengono di nuove e noi continuiamo solo a indignarci.

Ma di quella gente, di chi è sopravvissuto, di chi è ancora vivo non sappiamo più che farcene. Adesso l'opinione pubblica è da un'altra parte, ci sono altri martiri da glorificare.

Provare per credere.

Chi di voi si ricorda quanto è successo nei Balcani?

Io non mi ricordo niente.

Niente.

Nel finale Hanna è seduta ad un tavola, la voce di una bambina continua a parlare nella sua mente, quella stessa voce che abbiamo sentito all'inizio del film. Adesso è tutto chiaro, quella è la voce della bambina che non ha mai avuto, dopo essere stata stuprata e torturata per non si sa quanto.

Quella voce che è il vero monito del film.

Non bisogna mai scordare l'Orrore, non tanto per glorificarne le vittime, quanto perché quello che è successo non accada mai più.

 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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