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2009
10
Set

Videocracy

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L'orrore è nei volti, nei corpi di plastica, nei gesti codificati. L'orrore è nei sogni distrutti, nell'incapacità di immaginare. Questo è l'effetto più devastante di anni e anni di nichilismo catodico, nel quale sono stati annebbiati cervelli e disintegrati neuroni e sinapsi, fino alla conclusione più grottesca di tutte. Il presidente della televisione che diventa il presidente del consiglio.
Videocracy si immerge nel berlusconismo, nella sua matrice visiva, il flusso di immagini come espansione delle visioni del presidente, la sua personale allucinazione su come potrebbe essere un mondo migliore. Colori, tette e culi, suoni, benessere e ricchezza. La trasformazione della realtà in una dimensione controllata e chiusa, una perenne messinscena in cui ricostruire la vita all'interno di uno studio, tra sorrisi e pubblicità, consumo e spettacolo.
Adottando lo stesso linguaggio della televisione, la sua velocità, la sua schizofrenia il regista utilizza il cinema solo come luogo altro dallo schermo televisivo. La sala buia non è la stanza di casa. La visione viene condivisa con altre persone, non nella solitudine del proprio rapporto con la tv. Il cinema ridiventa spazio pubblico, dove arrabbiarsi, in cui indignarsi. Le immagini sono le stesse che sono apparse centinaia di volte sul piccolo schermo. Sono immagini che mettono paura, una volta che penetrano nel buio della sala, una volta staccate dal flusso a cui appartengono. Immagini che snervano gli occhi per la loro banalità, per il nulla di cui sono composte. E su questo perpetuo inganno è stata costruita la società del nostro futuro. Per disinnescare questo ordigno mentale ci vorranno anni. Per eliminare l'assuefazione ci vorranno anni. Gandini ci invita a continuare a tenere gli occhi aperti, a riflettere sull'orrore contemporaneo che ha le sembianze di Lele Mora e Fabrizio Corona. Sua la battuta più bella di tutto il documentario – "Sono un Robin Hood moderno, rubo agli altri per dare a me stesso". Questo il senso ultimo del nostro misero vivere sociale.

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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
MAIL: e.bertocchi@tiscali.it
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