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2000
25
Feb

Luna Piena

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Luna piena

La macchina era lanciata a tutta velocità, su quella buia strada costiera. La luna era piena, e mi sembrava più bella che mai. Ero perso nei miei pensieri, assonnato, appoggiato con il capo al finestrino posteriore... lentamente, i miei pensieri svanirono, e rimasi in contemplazione del corpo celeste. La luna, questa romantica, pallida figura, quest'amante che esce solo di notte.
Amo la luna, e amo la notte. Le ho sempre amate; non come adesso, ma le ho sempre amate. Il mio amore è una ragazza è una ragazza mora e pallida, il suo viso è la luna e i suoi capelli sono la notte. Lei non sa niente di quello che successe quella notte... a dire il vero non l'ho ancora vista, da allora. La andrò a trovare uno di questi giorni... volevo dire, una di queste notti.
Così eravamo in macchina e viaggiavamo a tutta velocità su quella strada buia e deserta, e io incantato a guardare il cielo. Gli altri sonnecchiavano, tranne quello che guidava. Pian piano persi il contatto con la realtà, ero ormai altrove, dialogavo mentalmente con Lei, la luna, il mio pallido amore che splendeva lassù. Poi improvvisamente, sentii il suo richiamo, forte e irresistibile... e prima di rendermi conto di quel che facevo, avevo già aperto la portiera e mi ero buttato giù dall'automobile.
Rotolai diverse volte, sentii botte dappertutto, prima di cadere nel fossato asciutto che costeggiava la strada. Percepii appena lo stridio dei copertoni della macchina che inchiodava più avanti, appena i ragazzi si erano accorti di cos'era successo, poi caddi in una specie di trance, un'ebbrezza leggermente nauseante come quella che si prova quando si è bevuto abbastanza alcool da vomitare, prima di vomitare. Nemmeno facevo caso alle botte e ai graffi che mi riempivano il corpo. Avevo terminato il ruzzolone con lo sguardo rivolto verso l'alto, e fissavo ancora lei, ormai enorme, ormai riempiva tutto il cielo e il suo bianco latteo brillava più forte. Sentivo uno strano intorpidimento nei muscoli, nelle ossa, avevo la pelle d'oca, e sentivo il sangue scorrere forte, schiumoso...
In pochi istanti l'intorpidimento sparì, rimase solo l'ebbrezza: non sentivo il dolore, non avevo pensieri, insomma, stavo bene. Udii il rumore dell'auto che faceva retromarcia e si fermava nel punto in cui ero "sceso". Le portiere. I ragazzi che mi chiamavano. Io che continuavo a fissare il cielo. Poi accadde tutto per puro istinto, avevo completamente perso il controllo di me stesso ma il tutto era divertente, mi faceva sentire bene.
Mi alzai in piedi, anzi, no, balzai in piedi sentendomi straordinariamente atletico; cercai di dire qualcosa ai ragazzi ma dalla gola mi uscì solo un roco grugnito. E poi vidi le facce dei miei amici. L'orrore sui loro volti. Il primo orrore, istantaneo, potente, come una doccia gelida in piena estate, che ti attanaglia e ti paralizza in una presa ferrea. Poi, il secondo orrore, quando mi riconobbero: l'orrore vero, profondo, che semplicemente sconnette i centri nervosi, ti spappola il cervello, ti toglie ogni forma di controllo: è come se non fossi lì.
Non fecero in tempo a fare niente: Saltai in avanti, protesi la mano verso il più vicino come per dargli una sberla, ma sentii le mie unghie affondare nella sua carne e riempirsi di sangue. Due, tre "sberloni", al viso, al petto, poi quello cadde. E in un istante stavo già facendo lo stesso gioco con il secondo dei miei amici.
Ridevo, mentre lo facevo, ma la mia risata era roca, pesante. Il terzo entrò in macchina, ma in un attimo spalancai la portiera e giocai con lui fino a quando non si stancò e cadde a terra pieno di sangue, pochi secondi dopo.
E ridevo, Dio come ridevo! Era un gioco nuovo, entusiasmante, la prima cosa veramente eccitante che avessi fatto con i miei amici da un sacco di tempo. Li guardai. Stesi a terra. Immobili. Mi guardai le mani. Pelose, sporche di sangue. Con unghie lunghe come artigli.
Allora capii di essere licantropo.

E se c'è la luna piena e sentite un rumore di passi furtivi nel giardino, non preoccupatevi, sono io.
Giocherò anche con voi.

(19 Agosto 1995)
Alessandro Zanardi
 
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