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2009
18
Feb

Katyn

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Andrzej Wajda si confronta con la Storia e lo fa nella maniera più dolorosa e crudele possibile, mostrandone la realtà e l'orrore che da essa si sprigiona. Il film è costruito in modo tale da far entrare lo spettatore dentro l'atmosfera di quegli anni (anche grazie ad immagini originali dell'epoca), la neve che danza nell'aria, il fumo per le strade, il freddo, i soldati nei loro cappotti. La guerra come messinscena e maschera, mentre la vita rimane indifferente alla follia dell'uomo, semplicemente vi si adatta. E allora si osservano le dinamiche umane con maggiore pietà, mogli separate dai loro mariti, tentativi di ricongiungersi con la propria famiglia, l'incontro con una ragazza, dei bambini malati, gli uomini in uniforme che giocano alla guerra, prigionieri ed aguzzini. Il massacro di Katyn viene tenuto nascosto dietro queste vite, i russi e i tedeschi che si scaricano addosso le colpe, il prima e il dopo che si susseguono senza fratture, in mezzo questo vuoto apparente, cosa sia successo in quel bosco, come l'orrore abbia preso forma.
E negli ultimi dieci minuti Wajda colpisce con quanta forza ha in corpo, colpisce lo spettatore e lo prende a pugni, a schiaffi, gli ricorda di cosa è stato capace, gli mostra quale è una parte della sua natura. E le immagini diventano devastanti, fisiche, reali. La sala dell'interrogatorio, poche parole, la paura degli ufficiali polacchi, il sangue sul pavimento, la consapevolezza della morte, un colpo in testa, i corpi che si afflosciano, il camion che aspetta i cadaveri. Il meccanismo. Uccidere secondo un piano ben organizzato. Compiere una strage in maniera razionale. La consapevolezza della scientificità di queste azioni fa sprofondare il cuore in un luogo oscuro e freddo. Wajda costruisce queste sequenze montando uno dietro l'altro sempre gli stessi gesti, come se i soldati russi fossero operai che devono svolgere nella maniera più efficiente possibile il loro lavoro. Compiere uno sterminio.
Una ruspa che ricopre di terra i corpi morti. Poi il buio sullo schermo e il silenzio. Una pausa necessaria. Un momento di riflessione.
La Storia dell'uomo non è altro che una serie ininterrotta di abomini.

 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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