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Incontro con i giovani attori: dalla scuola al primo ciak

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I sogni, gli entusiasmi e il bagaglio di conoscenze che le giovani promesse del Centro Sperimentale di Cinematografia portano sul set e sul palcoscenico.
 
Piero Cardano, Claudio Cotugno, Giulia Amato: tre volti nuovi del cinema italiano che in questi giorni otterranno il diploma alla Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia ci raccontano di come è nata la loro passione e come si sono avvicinati a questo mestiere, ci parlano del mondo teatrale e cinematografico, della figura dell’attore e del loro recente lavoro che li ha visti impegnati nel film Questo piccolo grande amore accompagnato dalle note e dalle parole di Claudio Baglioni in uscita nelle sale a Febbraio.
 
– Piero, hai solo ventitré anni e già tre film in attivo. Quando hai iniziato a pensare che volevi fare l’attore?
“Non ho mai pensato di fare l’attore. A sedici anni per gioco, accompagnando un amico, ho fatto anch’io un provino per una soap-opera che si chiamava Cuori Rubati per la Rai. E’ andato bene e mi hanno dato il ruolo di co-protagonista. A quell’età seguivo il cinema in modo superficiale, in realtà il mio passatempo preferito era ed è il pallone. Dopo quell’esperienza ho deciso di iscrivermi ad una scuola privata di recitazione e dopo un anno sono riuscito ad entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia”.
 
– Claudio, anche tu sei giovanissimo, come ti sei avvicinato al mondo del cinema?
“L’amore per il cinema è nato dalla visione dei film. La mia primissima formazione è da autodidatta, fatta in casa, vedendo e rivedendo i film italiani. E’ il cinema che mi riguarda più strettamente, più personalmente. I personaggi, i temi e le atmosfere sono vicine alla mia cultura. Ho sempre amato Gabriele Salvatores perché racconta storie senza pretese, per il puro piacere di raccontarle, lo sento vero. Nel 2006 sono entrato al Centro Sperimentale di Cinematografia senza nessuna esperienza precedente, e questa è stata una grande vittoria perché i docenti durante il seminario propedeutico della durata di un mese, in cui selezionano i candidati, hanno creduto nelle mie potenzialità”.
 
– Giulia, ci puoi dire in che modo il teatro ti ha aiutato a formare la tua personalità?
“Ho iniziato a fare teatro a scuola ed è stato terapeutico contro la timidezza, mi ha aiutato a rapportarmi con gli altri, la possibilità di scrivere i testi e scegliere il personaggio da interpretare mi ha dato un senso di grande libertà. Il proporre e l’esprimere le mie scelte mi ha aiutato anche negli altri lavori, mi sento libera di confrontarmi e avere degli scambi, ed ho anche imparato ad essere meno indisponente. Grazie al teatro ho iniziato ad ironizzare sulla vita e a dissacrare molte delle cose che mi sembravano importanti. Prima ero molto più superficiale, adesso invece, toccando un qualsiasi argomento presente in un testo teatrale ho il piacere di approfondirlo e farlo mio”.   
 
– Piero, che cosa significa essere attore e qual è il tuo lavoro sul personaggio.
“Essere attore è uno stato d’animo, non un lavoro. E’ una vita di attese. L’interpretazione di un personaggio è la continua scoperta di tratti di te stesso fino ad allora nascosti ed è al contempo la consapevolezza che i medesimi possano costituire il personaggio stesso. L’attore deve saper comunicare con il proprio corpo e con la propria voce i sentimenti e questo concetto tra teatro e cinema si esprime in due modi diversi: a teatro bisogna essere in grado di attirare l’attenzione anche delle ultime file, di conseguenza, la voce e il corpo si manifestano in modo più plateale; davanti ad una macchina da presa invece bisogna ‘ridurre’ o ‘buttare’, termini spesso usati nel gergo attoriale, poiché l’attenzione del pubblico si concentra sugli  occhi. Se un personaggio è lontano da me sia come epoca sia come caratteristiche, mi informo, cerco di creare un’infanzia di questo personaggio, studio il modo di parlare, il modo di camminare, mi ispiro anche ad altre persone che hanno interpretato lo stesso ruolo, e prendo anche suggerimenti dalle persone che lavorano con me”.
 
– Claudio, quali insegnamenti dei tuoi maestri ti permettono di affrontare al meglio il lavoro che svolgi?  
 “Nel mio lavoro la cosa più importante è l’umiltà. Qualunque persona è in grado di arricchirti e di darti qualcosa. Quindi il lavoro dell’attore è anche rubare dalla vita quotidiana, cogliere i suggerimenti che possono venire da un movimento di una mano, da uno sguardo, da un particolare tic nervoso. Se devo interpretare un personaggio realmente esistito faccio una ricerca approfondita della sua biografia, se è il personaggio è di pura finzione, entra in gioco la fantasia e l’immaginazione, per renderlo al meglio, il più reale possibile e farlo vivere nel contesto della messa in scena. Micheal Caine diceva che riesci a trovare il personaggio quando sei in grado di fare i suoi sogni e  questo significa che bisogna pensare al personaggio 24 ore su 24, tutto il giorno e tutta la notte. Il regista cerca di darti la linea, l’arco di vita del personaggio. Ricordo un’esercitazione nella quale veniva preso in esame un quadro o una statua. L’obiettivo era ricreare una storia: le opere d’arte hanno in sé elementi drammatici che si prestano a un divenire, abbandonando il loro status immobile e statico. Ad esempio si cercava nella statua di Nettuno la forza necessaria per incarnare un personaggio, si traeva ispirazione dalla fisicità del modello, un altro punto di riferimento oltre l’attore in carne e ossa.
 
– Giulia, come gli altri ragazzi ti esibisci a teatro ma fai anche del cinema. In cosa differisce il tuo lavoro nelle due forme d’arte, quella teatrale e quella cinematografica.
“Il teatro è finzione, le emozioni durano l’arco della performance, della recitazione. La preparazione è più intima e personale, scavi nel tuo inconscio, vesti sempre i panni del personaggio. Al cinema invece lasci e riprendi il personaggio, lavori ‘fuori dal metodo’, e a volte può essere più difficile perché sul set ci sono molte persone che interferiscono con la tua intimità. Mi piace la coralità del teatro, la possibilità di inventare e mettere in scena una qualsiasi storia che può essere inscenata in qualsiasi contesto come un libro che puoi leggere ovunque. Questa è la caratteristica dei teatri mobili o dei teatri di strada. Il teatro è complicità, anche avendo un ruolo secondario fai parte del tutto, sei sempre presente durante l’arco del lavoro, a differenza del cinema che, se hai una parte minore, lavori meno, fai solo poche pose e non ti rendi conto della realizzazione del lavoro. A teatro l’attore è fondamentale, alla pari del regista, la messa in scena deve essere veritiera e hai molte più responsabilità se sbagli. Al cinema l’attore è alla pari con tutti gli altri della troupe, tutti sono elementi indispensabili e tutti hanno le stesse responsabilità. Al Centro Sperimentale di Cinematografia abbiamo seguito un seminario su Eduardo De Filippo e sulla commedia naturalistica, metodo di lavoro nato per il teatro e trapiantato nel cinema. Un attore che recita De Filippo è vero, è credibile all’interno di una messa in scena, e la cosa più importante per il pubblico è crederci e non notare la finzione”.
 
– Claudio, cosa ci puoi dire del film “Questo piccolo grande amore” e quali aspetti del tuo personaggio ti assomigliano?
“Questo piccolo grande amore è la storia sceneggiata del concept album di Claudio Baglioni del 1972. Sono un appassionato della cultura degli anni Sessanta e Settanta, le idee e le visioni del mondo, il modo di vestire, le contestazioni e i movimenti studenteschi. Il film mi ha dato il “profumo” di quel periodo e la possibilità di rivivere quegli anni in prima persona. Il mio personaggio è Vince, figlio di un pasticcere, uno degli amici di infanzia di Centocelle del protagonista Andrea. Ha la testa da sognatore, vuole fare le rivoluzioni sessuali ma è bloccato dai problemi economici, costretto a lavorare con il padre e non ha la possibilità di vivere a pieno la sua adolescenza. Vestendo i suoi panni ho vissuto la sua crisi interiore, l’impossibilità di amare e agire in quella realtà sociale”.
 
– Piero, parlaci della tua esperienza nel lungometraggio cinematografico “Questo piccolo grande amore” e nel film televisivo “Lo smemorato di Collegno”.
“In Questo piccolo grande amore interpreto Sasà, un giovane napoletano, simpatico e generoso, che accompagna il protagonista nell’avventura militare. Ho trovato nel personaggio caratteristiche che non conoscevo, in particolare una certa comicità napoletana che deriva dalle mie origini. Lo Smemorato di Collegno è basato su una storia vera già messa in scena da Sergio Corbucci e interpretata dal grande Totò. L’incontro con il regista Maurizio Zaccaro è stato importante a livello professionale, un’esperienza formativa. Mi ha insegnato a comunicare con la macchina da presa e in definitiva con il pubblico”.
 
– Giulia, chi interpreti nel film “Questo piccolo grande amore”?
“Questo piccolo grande amore è il mio primo lavoro cinematografico. Nel film sono Irene la migliore amica della protagonista, una ragazzina di diciassette anni della Roma bene degli anni Settanta. Il carattere di Irene è il mio, saldamente basata sui propri principi. E’ una grande storia di amicizia che ricorda la mia vita”.
 
– Giulia, tu hai avuto esperienze nella moda, che importanza hanno i costumi in un film?
“I costumi sono importantissimi così come lo sono gli oggetti di scena, non solo dal punto di vista scenografico ma anche per l’attore. L’abito ti cambia il movimento e ti fa entrare ‘fisicamente’ nel personaggio. In passato, ad esempio, ho indossato un abito da passeggio del 1830, e posso dire che il bustino cambia la respirazione, non lavori sul diaframma ma sui polmoni, e la recitazione diventa molto più difficile”.    

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